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Superalcolici Ignoranti

Qualità e quantità non rimano certo con economia. Per affermarlo non c’è bisogno di alcun linguista, piuttosto di una semplice visita al discount più vicino. Tuttavia se alcune corsie dei discount possono ancora offrire prodotti dignitosi (e, spesso, commestibili), vi sono delle sezioni in cui l’avventurarsi comporta non tanto la presa di coscienza della propria soglia di povertà, bensì la certezza che si sta per portare a termine un atto di violenza contro se stessi e contro il proprio corpo. La sezione-killer per antonomasia di un discount è, inutile dirlo, quella dei superalcolici.

Perché sì, perché nella vita di ognuno di noi vi è stato un momento in cui si è reso necessario l’acquisto di un superalcolico da discount: non nascondiamoci di fronte all’evidenza! Le motivazioni che spingono un essere umano dotato di fegato e capacità di discernimento a provocarsi un’indegna dose di dolore etilico sono solitamente due: penuria economica (sezione qualità) e necessità di dosi massicce di alcol (sezione quantità). Volete organizzare un “Eurospin Party” a base di Rum (Gran Imperio) e (Blues) Cola con un numero imprecisato di invitati? Gli scaffali di superalcolici da discount sono a vostra disposizione! Volete concedervi il lusso di una buona (?) bottiglia di brandy in compagnia della quale attendere il lento prosciugarsi del vostro conto corrente? Bene, il brandy del LIDL sembra essere stato creato apposta per voi!

I superalcolici da discount, infatti, pur declinandosi in diverse marche e sottomarche hanno tutti la medesima, precipua, caratteristica. Ovvero quella di garantire una sbronza molestissima e un simpatico cerchio alla testa che perseguiterà il malcapitato bevitore. Quanto meno per il giorno a venire. Nonostante numerose leggende metropolitane accompagnino alcuni di questi “campioni” dello spappolamento epatico (additandoli come prodotti top gamma che solo casualmente sono finiti tra gli scaffali di un discount), la realtà è che è economicamente impossibile produrre un buon superalcolico a un prezzo inferiore ai 5 euro (costo medio di una bottiglia di superalcolico da discount). Quindi i commenti entusiasti sul prodotto in questione non devono essere accolti in modo diverso da effetti collaterali di un’allegra intossicazione alcolica. Vi sono persone, infatti, che ritengono il non aver vomitato oltre all’anima anche qualche chakra una qualità positiva. Da qui a dire che un superalcolico da discount è buono, però, ce ne corre.

Così, cari amici, per aiutarvi a scegliere con giudizio il superalcolico cui affidare le vostre sofferenze, mi sono riproposto di stilare una classifica delle peggiori tipologie di superalcolici da discount. Elencando per ognuna i pregi (pochi) e i difetti (molti), affinché le vostre serate etiliche non corrano mai il rischio di finire in una dissertazione filosofica sul senso della vita accompagnata da un sigaro e da dell’ottimo whisky invecchiato, bensì si risolvano per colore, piglio e deformazione facciale in qualcosa di molto simile al “Bevitore d’assenzio” (il fu Angel Fernández de Soto) ritratto da Pablo Picasso.

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(Notare che questo ritratto del 1903 è stato recentemente battuto all’asta partendo da una base di circa cinquanta milioni di euro; dubito fortemente che tutte le foto di serate etiliche che oberano i social network varranno mai qualcosa che non sia una figura di palta con amici e/o partner vari)

Ciò detto iniziamo con l’ultima categoria, ovvero quella che più si avvicina a un superalcolico degno di essere bevuto.

– Grappa: nonostante a molti possa sembrare una bestemmia, la grappa è il superalcolico da discount maggiormente imparentato con un normalissimo superalcolico di discreta fattura. Se ciò sia da ascrivere alla tradizione italica o all’elevato numero di distillerie presenti nel Belpaese (dato che abbatte inevitabilmente i costi di logistica e produzione), non è dato sapere. Fatto sta che numerose grappe presenti negli scaffali dei discount riescono a mantenere un rapporto qualità-prezzo più che dignitoso. L’aspetto maggiormente positivo delle grappe da discount è la loro sostanziale divisione in due macro-categorie: grappe bianche (spesso sotto i 5 euro la bottiglia) e grappe monovitigno/barricate (di poco sopra i 5 euro). Se queste ultime sono ottime per simulare quel clima di meditabonda riflessione filosofica auspicato in precedenza (magari sostituendo il sigaro cubano con un toscanello da pochi soldi), le prime sono perfette per entrare nel clima “mastro distillatore”, ben prestandosi a infusioni con le più disparate tipologie di prodotti (bacchette di liquirizia, scorze d’arancia, foglie di menta selvatica). Que vive la sgnape!

– Gin: ci sono cose che l’uomo non riuscirà mai a spiegarsi: l’infinità dell’universo, la nascita dei video pre-diciottesimo, il pallone d’oro a Matthias Sammer e molte altre. Tra queste vi è anche la supposta bontà del Gin. Non me ne vogliano i bevitori abituali di Gin (il quale, per chi non lo sapesse, fu inventato verso la metà del ‘600 da un medico olandese in cerca di una cura contro la febbre), ma il Gin puro è uno degli alcolici più infernali della storia dell’umanità. Proprio per questo peggiorarlo è un’operazione così ardua da far impallidire le distillerie più improponibili del pianeta terra. Ecco, quindi, che un Gin da discount (il cui prezzo è spesso più vicino ai quattro che ai cinque euro) è un superalcolico accettabile nell’ottica che, in ogni caso, anche un Gin top gamma vi fotterebbe le budella. Piccolo amarcord: nei miei anni universitari ebbi la fortuna di conoscere un chitarrista appassionato di Gin liscio. Lo beveva come fosse acqua naturale, alternandolo a virtuosismi musicali degni di un Jimi Hendrix strafatto di Golden Barry. Vederlo scolarsi bottiglie di quel liquido diafano era uno spettacolo paragonabile soltanto a una Woodstock di inizio millennio. Una Woodstock in salsa Penny Market, ovviamente. Non ho mai trovato, in vita mia, un’altra persona capace di apprezzare il Gin liscio. Né di suonare alla perfezione “Bohemian Rapsody” dei Queen dopo aver seccato una bottiglia di Gin quasi a goccia. À la recherche du Gin perdu.

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(Gin sotto i quattro euro: fondersi il fegato non è mai stato così economico!)

– Creme al whisky: tranne rare eccezioni, le creme al whisky non si sono mai segnalate per una particolare peculiarità etilica se non quella di essere dolci. Ciò le ha rese (e le ultime campagne di marketing di un’arcinota marca lo dimostrano) particolarmente appetibili per il pubblico femminile. Care amiche non abbiatene, ma la triste realtà è che i pubblicitari sono convinti che con qualche bicchierino di crema al whisky di troppo i vostri freni inibitori siano più facilmente malleabili. Quindi non fanno mistero di ibridare le varie creme al whisky con aromi quali la nocciola, il cioccolato (rigorosamente belga), il caramello, così da stimolare il vostro lato più “dolce”. Ecco, fosse solo per questo sarebbero da elogiare le creme al whisky dei maggiori discount! Le creme al whisky da discount, infatti, sono tra le poche creme al whisky che si professano fedeli alla linea; non puntando su nuove smancerie etiliche, bensì mantenendo quell’arcinoto retrogusto di alcol distillato male nella totalità delle loro declinazioni. Le creme al whisky da discount posseggono l’astruso dono di essere dolcissime all’inizio, salvo poi cedere il passo a un sapore scombinato, che fa sì che, al terzo bicchiere, già possa apparire chiara la fine della serata. La quale non sarà tra le braccia di qualche delizioso partner attratto dalla vostra dolcezza, bensì abbracciati a un simpatico e tozzo amico di porcellana bianca che risponde al nome di cesso. Così che vi sovvenga la sbronza, e il vomitar vi sia dolce in questo bagno. Ultime romantiche.

– Vodka: quando ero ancora un ragazzino appassionato di alcol e musica classica, in onore del grande pianista Sergej Vasil’evič Rachmaninov decisi di comprare al LIDL una bottiglia di vodka Rachmaninoff alla fragola. A dire il vero non ero mai stato un appassionato di musica classica e la vodka mi serviva solo per cercare di rimorchiare una mia amica appassionata del vecchio Sergej Vasil’evič, ma questa è un’altra storia. Ciò che conta è che quella vodka era terribile, e che le successive esperienze con vodke da discount non mi diedero l’impressione che le sue strette parenti fossero molto meglio. Il problema principale delle vodke da discount è la molteplicità dei loro gusti, a fronte di una qualità che, fin dalle materie prime, è ai livelli più elevati nella scala del torcibudella. Se una vodka bianca, però, può essere sopportata con discreta resilienza, sono le sue declinazioni alla frutta che creano i pericoli maggiori. Vodka alla pesca, vodka alla banana, vodka al melone e, in ultima analisi, la temibile vodka alla menta. Il cui sapore non è troppo diverso dal collutorio allungato con l’alcol etilico Buongusto: l’alcol più amato dai contrabbandieri:

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Tutte queste declinazioni “esotiche” (così leste a far presa sull’immaginario fanciullesco di un bevitore) fanno sì che le vodke entrino a pieno diritto nella top5 dei superalcolici da discount peggiori. Reperibili sempre per cifre che lambiscono i 5 euro, le vodke da discount hanno una caratteristica che le accomuna: pur essendo prodotte in luoghi che con la Russia hanno ben poco a che spartire, possiedono sempre un nome che richiami la grande madre Russia,. Karashò!

– Limoncello: a differenza della grappa, il limoncello da discount ha una qualità ponderata decisamente più bassa rispetto a un limoncello di costo medio reperibile in qualsiasi supermercato. Pagare 3,5 euro per una bottiglia di limoncello della costiera amalfitana prodotto in provincia di Modena può sembrare assurdo, eppure accade ogni giorno a migliaia di persone alla ricerca di superalcolici da discount. La caratteristica principale dei limoncelli da discount, infatti, è quella di presentare un packaging (immagini, brand,…) che rimandi a ridenti e amene località del sud (quasi sempre campane), in cui gli stereotipi raggiungono un livello di ignoranza tale da far impallidire i centurioni che sostano davanti al Colosseo e scroccano soldi ai turisti. Tutto ciò si fonde con una provenienza del prodotto che quasi mai è ascrivibile alle zone ritratte, bensì si diffonde a macchia di leopardo per tutto il centro-nord Italia (sulla provenienza dei limoni, ammesso che vengano davvero utilizzati dei limoni, stendo un velo pietoso). Il sapore del limoncello da discount è però interessante in quanto legato in maniera indissolubile alla sinestesia con il colore del liquido in questione. Senza finire con il citare Baudelaire, più il limoncello sarà portatore sano di un bel giallo acceso (radioattivo?), più l’impressione di trovarci di fronte a un buon prodotto sarà alta. E, con ogni probabilità, più la qualità del suddetto sarà mefitica. Il limoncello da discount, però, nonostante il suo retrogusto da Nelsen piatti al limone, non è ancora degno di figurare nella zona medaglie in quanto vive di una fortuna endemica non indifferente: essendo stato configurato quasi esclusivamente come un prodotto estivo, viene assunto con grandi dosi di ghiaccio, le quali paralizzano le papille gustative dell’ignaro assuntore. Svanito l’effetto anestetico del ghiaccio, però, il nostro caro amico limoncello da quattro soldi potrà svolgere tutto il suo ingrato ruolo. Quello, cioè, di mettere in fuga le nostre funzioni epatiche. Curre curre, guagliò!

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(trovate l’errore!)

– Rum: il rum è un distillato proveniente dalla melassa della canna da zucchero. La storia del rum è in sé molto affascinante, avvolgendo quasi tutti i grandi viaggi d’esplorazione a partire dal XIV secolo, fino al colonialismo sette e ottocentesco. Là dove c’erano pirati, esploratori o rivoluzionari, lì c’era il rum: poche storie! Questo dovrebbe bastare a fare del rum il liquore principe dello scaffale superalcolici di ogni supermercato. E sarebbe davvero così se, con il passare del tempo e delle mode, il rum non venisse principalmente usato come base per cocktail o shottini vari. Evoluzione che, nella deriva “discountistica” della sua avventurosa vicenda personale, ha fatto sì che il rum divenisse uno dei superalcolici più economici e taroccati dell’universo. Quello che nel XIV secolo Marco Polo aveva definito un “ottimo vino di zucchero” è diventato (nella sua accezione economica) una pessima brodaglia dolciastra e trasparente con un costo medio che si aggira sui quattro euro e mezzo (si superano i 5 euro solo con i rum “invecchiati”, ovvero colorati artificialmente secondo modalità che nessuno di voi vorrebbe sapere!). Il rum da discount, infatti, lungi dall’essere il principe dei superalcolici è il principe degli infingardi. La sua dolcezza fa sì che venga bevuto con passione e disponibilità. A ciò si aggiunge poi il fatto che, venendo spesso allungato con bevande altrettanto zuccherine ed economiche (Ben’s cola, succo di pera Puertosol, menta piperita rubata alla vicina di casa e zucchero grezzo di canna made in LIDL), la sostanziale tossicità data dall’alcol mal distillato passa in secondo piano. Offendo così un effetto di down improvviso capace di colpirvi quando meno ve l’aspettate. Siete al terzo bicchiere di rum&cola e state parlando con la donna/uomo della vostra vita? Bene, se il rum e tarocco è molto probabile che là dove crediate di aver raccontato un brillante e divertentissimo aneddoto, finirete invece con lo scoprire (il giorno dopo, a bocce ferme e capocce roteanti) che le/gli avete raccontato la trama dell’ultimo film di Sasha Grey. O, in alternativa per le ragazze, che vi siete proposte in un riassunto drunk version de “Il favoloso mondo di Amelie”. Il tutto, ovviamente, condito da alito mefitico e sbucciata finale. Quindici uomini alla cassa del LIDL, yo-ho-ho! E una bottiglia di rum!

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(il rum prodotto in Austria, notorio paese caraibico, mi mancava…)

– Whisky: citando l’ultimo saggio di Flavio Briatore su business e finanza: “quanto più un prodotto è raffinato ed elitario, tanto più la sua versione cheap sarà una merda”. Non serve essere dei geni di evasione fiscale per capire che, se le materie prime di un superalcolico sono estremamente ricercate, il tentativo di riprodurlo su vasta scala (portandolo a un prezzo accessibile) comporterà un abbassamento della qualità paragonabile soltanto al crollo borsistico del ’29. Ciò fa sì che il whisky, proprio in virtù della sua nobile provenienza, sia il “grande depresso” dei superalcolici da discount. Abituato all’invecchiamento, uso a essere coccolato e riverito, distillato a partire da materie prime di eccellenza, il whisky da discount si trova nell’infelice situazione di spartire la scaffalatura con vodke made in Italy e limoncelli prodotti in Bulgaria. Il tutto mantenendo sì la puzza sotto il naso datagli dai suoi nobili natali, ma dovendo fare i conti col fatto che, essendo in quel luogo, anch’egli è soltanto l’ennesimo superalcolico da discount. Creato a uso e consumo di masse di squattrinati ignari (?) della sorte che toccherà loro. Il whisky è il nobile decaduto del mercato dei superalcolici cheap. Il figlio di un discount minore. L’angelo schiantato all’inferno dopo aver assaporato il paradiso. Pronto, a sua volta, a elargire inferno ai suoi bevitori. Gusto solitamente secco, grado etilico elevato e dissonante come un assolo di un gruppo folk-industrial, il whisky da discount si aggiudica la medaglia d’argento. Colore slavato, gusto putrido. Non è Glen Grant, è whisky demmerda.

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(questa tanica in plastica da 5 litri non contiene shampoo per cavalli, bensì un whisky americano da 3.65 dollari. Livello di ignoranza: Furia Cavallo del West)

– Amari: eccoci giunti, quindi, a proclamare il vincitore assoluto di questa nostra speciale classifica dei superalcolici da discount più ignoranti! Inutile cincischiare, il vincitore non può che essere lui: l’amaro. Come a chiudere un cerchio se il superalcolico da discount al limitare dell’essere imbevibile era un tipico distillato italiano (ovvero la grappa), il campione dell’ignoranza etilica è una categoria di superalcolici ben nota ai palati del belpaese: gli amari. Scoprire quali sostanze ci siano all’interno di un amaro, infatti, è un mistero degno della trasformazione di Enrico Ruggeri da punkettone-new waver a melenso cantante pop. Erbe di qualsiasi tipo, essenze, aromi, bacche varie costituiscono da secoli immemori la base per la distillazione di ottimi amari regionali, degni di nota e attenzione. Peccato, però, che gli amari da discount siano di tutt’altra matrice! Amari punitivi (Balasso docet), terribilmente punitivi. Amari distillati a partire da sostanze sconosciute la cui unica ragion d’essere è quella di innescare quel processo fisico-chimico noto con il nome di “effetto idraulico liquido”. Gli amari da discount, infatti, puntano molto sul potere sbloccante dato dalla mescolanza del gradiente alcolico con il loro sapore affatto piacevole. Bere un amaro da discount più che una follia è un atto di fede. La scelta consapevole di votare la propria serata a una divinità gnostica capace di portarti al di fuori del mondo. E, parallelamente, di portare il tuo mondo interiore al di fuori di te. Solitamente hanno nomi che rimandano alla tradizione erboristica o alpina, ma che poi non hanno alcuna attinenza né con la funzione digestiva tipica degli amari da erboristeria, né con quella tonificante data dagli amari di stampo alpino. Altre volte vivono di luce riflessa, ovvero storpiando nomi di amari già presenti nella grande distribuzione organizzata. Cercando così di buggerare l’ignaro acquirente, sfruttando in aggiunta le combinazioni cromatiche dei loro parenti più illustri. Gli amari da discount sono la quintessenza dell’italiano medio fatto superalcolico: poco pretenziosi, poco interessanti e fortemente tendenti al martirio. Elezioni anticipate.

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(la fine del mese è quel momento in cui ti rendi conto che puoi ancora permetterti di spendere 3.19 euro in amari da discount…)

Postilla: so di aver escluso molte categorie etiliche da discount la cui ignoranza meriterebbe quanto meno un accenno. Penso alla sambuca, al brandy, al liquore alla liquirizia (vera e propria nemesi delle creme al whisky) e a molte altre. Mi consolo, però, pensando che ognuno di noi ha un suo superalcolico da discount “preferito”. Un superalcolico che gli ricorda qualche vicenda intima, qualche sbronza molesta, qualche risveglio etilico innaffiato dalla sacra (e irrealizzabile) promessa del “non berrò più!”. Ecco, mi piace immaginare che questa mia modesta classifica, lungi dall’innescare diatribe e faide alcoliche, riporterà alla vostra mente quell’esatto momento. Ovvero l’istante in cui uno scadente superalcolico da discount ha smesso di essere un semplice torcibudella e si è trasformato nella molla capace di trascendere la realtà quotidiana. Nella via di fuga dai vetusti concetti di qualità e quantità. Perché con ogni probabilità non sarà la bellezza a salvarci, con buona pace di zio Fëdor. Né l’universo sarà sempre espresso per matrici numeriche, alla faccia di Heinlein. Perché, parafrasando il vecchio Albert, “chi non ha il senso del mistero è un uomo mezzo morto”. E addentrarsi in una sbronza da superalcolico da discount, miei cari amici, è uno dei misteri più grandi che ci sia dato vivere.

ANDREA GRATTON

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