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La tragedia di essere fumatore

Il tabagismo è una brutta bestia. Una bestia indomabile, inafferrabile, invincibile, ma della quale non possiamo fare a meno. Essere fumatore significa essere un drogato, in balia di una dipendenza che controlla e determina ogni azione della tua giornata.

Ma non tutti conoscono i sacrifici e le sofferenze che una persona deve affrontare per diventare un tabagista certificato. Non è così facile come può sembrare, non è da tutti diventare fumatori accaniti e convinti. Bisogna superare una serie di difficili prove prima di arrivare al traguardo tanto sognato: l’enfisema.

Perciò oggi voglio portare la mia testimonianza, raccontando tutti i sacrifici e le fatiche che ho dovuto attraversare per diventare quello che sono oggi.

La tragedia di essere fumatore

fumatore

I primi tiri

Le prime sigarette le ho fumate a 14 anni, nel campetto dell’oratorio del mio paese. Io e i miei amici non avevamo alba dei differenti dosaggi di nicotina, perciò compravamo le sigarette più famose in circolazione: quelle dell’alettone posteriore della Ferrari. E’ stata un’esperienza molto formativa, cominciare con le Marlboro rosse e rischiare di vomitare ad ogni tiro. Lì si sono formati i caratteri del futuro. I più arrendevoli hanno lasciato perdere, mentre i più testardi, tra il quale il sottoscritto, hanno perseverato nell’aspirare veleno, nonostante una sigaretta ci facesse più male che ingoiare una confezione di Dixan. Ah cosa si fa per la figa.

Rischio svenimenti

Qualche anno più tardi, ormai esperto tabagista, avevo cambiato sigarette. Le ristrettezze economiche degli anni del liceo mi avevano portato a scegliere le Palmall, economiche e disgustose. Ricordo che ogni giorno alle ore 7.15 alle 7.50 prima di entrare in classe ne fumavo almeno quattro nel cortile della scuola. La tragedia era quando dovevo salire le scale per andare a lezione. Ogni volta pregavo Dio di non farmi svenire a metà rampa, le sigarette la mattina mi succhiavano l’ossigeno dal sangue facendomi girare la testa come dopo venti minuti di tagadà.

Fumare in bagno

Altro classico, una voglia incontenibile di fumare durante le pallosissime ore di matematica, risolta mettendosi a spippettare in bagno. Una spippettata che non riuscivo mai a godermi, perché ero sempre ossessionato dalla possibilità che la bidella potesse cuccarmi nel fatto. Una volta un mio amico ha lanciato la sigaretta nel cestino mentre il bidello apriva la porta per non farsi sgamare. E’ scoppiato un incendio. E’ stato un amico a farlo, non io, lo giuro.

Nascondere le sigarette

I genitori sono i più grandi segugi che esistano, perciò nascondere i pacchetti di sigarette in casa diventa un’impresa che richiede, abilità, agilità, arguzia e una capacità di sopportare lo stress molto elevata. E’ tutto un gioco di dissimulazione, dove bisogna cercare di mantenere i nervi saldi anche quando tua madre sta maneggiando lo zaino dove tieni nascosto una stecca di Merit. Basta solo muovere un muscoletto della faccia per far capire tutto alla mamma.

Menzogne

Mentire ai genitori è una delle cose più comuni. La menzogna nasceva sempre quando tornavo a casa e puzzavo come una fabbrica di fuochi d’artificio. Ai miei tempi (i primi anni) avevo la scusa che si poteva fumare nei locali, ma quel rompiballe di Sirchia mi ha decisamente complicato la vita. Allora dovevo mentire spudoratamente per giustificare il mio odore. Riporto alcuni esempi: I miei amici sono dei tabagisti incalliti, hanno già il tumore; il papà di Mario è venuto a prenderlo a sorpresa e lui mi ha costretto a fumare la sua sigaretta per non farsi beccare; abbiamo acceso un falò con sterpaglie e pacchetti di sigarette per protestare contro le multinazionali del tabacco; Ho imprestato i miei vestiti a Mario perché è povero perchè spende tutto in sigarette, ecc..ecc…

Problemi economici

Poi vennero gli anni dell’università e passai ovviamente al tabacco da rollare. I soldi che avevo erano pochissimi ma non avrei mai rinunciato al mio vizio. Avevo un ristretto budget settimanale per sopravvivere e quasi sempre mi ritrovavo il Giovedì mattina a dover scegliere cosa fare con gli ultimi spiccioli rimasti. Pagarmi pranzo e cena alla mensa prima di tornare a casa o comprarmi tabacco e cartine? Ricordo che il primo anno il giovedì non ho mai mangiato, mai. A volte mi vergognavo così tanto di questa cosa con i miei compagni che mi fingevo membro di una setta buddhista particolare che non permette di mangiare il giovedì.

I rimproveri dei moralisti

Poi cominci a stare male. Dopo una certa età maledici la volta che hai cominciato. Arriva l’ipocondria, il mal di gola, il male al petto, tutte quelle cose che a 16 anni non potevano nemmeno sfiorarti. E a quel punto che ho cominciato a vivere male il mio tabagismo, vivendo ogni sigaretta accompagnato da un terribile senso di colpa. Il tabagista è consapevole di quanto stia male, di quanto stia rischiando, di quanto starebbe meglio se non fumasse, di quanto sta pagando per un errore commesso in giovemntù. La sua giornata è accompagnata da una profonda consapevolezza del proprio errore che gli ha rovinato la vita, dei danni che sta facendo al suo corpo. E quando il fumatore è travagliato da questi angoscianti e tremanti pensieri di morte arriva sempre il rompiballe di turno che se ne esce con la frase: Fumi? Ma lo sai che ti fa male?

Tentativi falliti

Sigaretta elettronica, cerotti, ipnosi, libri. Milioni sono i tentativi di smettere di fumare. Quasi tutti fallimentari. Ogni volta che ho provato a smettere di fumare ci sono sempre riuscito per qualche mese. Si trattava solo di resistere a una sigaretta, ma una volta che il cervello mi inviava la simpatica idea “fumane una, tanto hai dimostrato che puoi smettere” mi ritrovavo ad andare al tabacchino con il furgone di mio padre a caricare 50 stecche.

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