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GLI OLTREUOMINI DEL FOOTBALL: DA BEST A CR7

Abbiamo ancora tutti negli occhi gli eventi dell’ultimo turno di Champions League, e per “tutti” intendo io, Antonio Conte e il mio amico interista che pur tifando per una squadra che non gioca neppure l’Intertoto (anche perché non esiste più) non si perde una partita europea della Juve pur di rinfacciarmi la nostra pochezza.

I risultati sportivi sono più che noti: il Milan dei due ispiratissimi brasiliani Constant e Birsa riesce a strappare un punto che vale oro dalle mani del Barcellona di Tata Martino (ebbene sì, quel tizio grassottello a bordo campo che nessuno cagava è davvero l’allenatore del Barça); mentre la Juve riesce a farsi infinocchiare dalla incapacità di Chiellini di giocare senza tenere a posto quelle cazzo di mani, dalla vista periferica di un tizio che arbitrava per la prima volta al Bernabeu e si è lasciato un po’ sconvolgere dalla cosa e, soprattutto, dal fatto che se gli altri hanno Di Maria a fare i cross e tu hai Caceres e Ogbonna, qualche domanda te la devi fare. L’unica vera soddisfazione alla compagine bianconera l’ha data un Vidal in serata di grazia che, uscito dal campo tra gli insulti e gli sputi di tutti i giardinieri blancos dopo aver sollevato una zolla grande quanto l’isola di Wight, ha voluto chiudere in bellezza, dichiarando: “Giocare nel Real? Sarebbe bello”. A quel punto, osannato finalmente da ambo le parti per le sue qualità agricole e diplomatiche, è finalmente andato a farsi la doccia e l’ha finita di fare/dire/pensare cazzate. Forse.

In ogni caso, non è che io stia parlando soprattutto di Real Madrid – Juventus perché ritenga Milan – Barcellona una partita meno importante, anzi. Giusto ricordare la grande intesa tra Robinho e Kakà, con l’ex pallone d’oro sugli scudi per la sua prova intrisa di qualità, dinamismo, acume tattico, grinta. Ancor più giusto fare presente alla Nike che una maglia brutta come quella indossata dal Barça l’altra sera non l’ho mai vista neanche nei guardaroba dei fidanzati gay delle fashion-blogger.

Tuttavia, alle due squadre impegnate martedì sera sul campo di San Siro mancava l’oggetto principale della mia attenzione su questo post: Cristiano Ronaldo.

Cristiano Ronaldo è il prototipo del calciatore moderno, è la massima espressione del football del terzo millennio, è l’ultimo stadio evolutivo di un percorso che dal calcio di Rivera (in cui dopo aver ricevuto palla avevi tempo di leggerti ‘Il Conte di Montecristo’ senza che nessuno ti aggredisse) ha portato alla frenesia e all’enorme impegno fisico del gioco attuale.

Cristiano Ronaldo è un giocatore completo: segna sia di destro che di sinistro, è abile nel colpo di testa, ha uno scatto fulmineo accompagnato da grande resistenza, ha forza fisica, sa muoversi in campo, ha leadership e capacità di gestione della pressione, è resistente agli infortuni. Insomma, CR7 è il calcio del 2013, lo si voglia o no, forse anche più di Messi, il quale ha qualità più “fuori dal tempo”, più personali.

C’è un problema, però: a me il calcio del 2013 sta parecchio sul cazzo. Ergo, Cristiano Ronaldo mi sta parecchio sul cazzo, pur sapendo che ha delle qualità fenomenali. Meglio, molti degli aspetti del calcio contemporaneo, ben rappresentati da CR7, mi stanno sul cazzo. Quei capelli ingellati da checca, quelle sopracciglia curatissime da checca, quelle scarpettine colorate da checca, quelle simulazioni da checca, quel suo sbuffare da checca quando non riesce a segnare e, più d’ogni altra cosa, quel suo alzare ripetutamente lo sguardo verso il maxi-schermo dello stadio per controllare se è o meno inquadrato, per poi sistemarsi trucco e parrucco, come una checca desiderosa d’attenzione. Ecco, diciamo che è proprio quell’essere checca che mi turba, caratteristica che condivide con altri prodotti del calcio moderno come Neymar.

Sia chiaro, non mi sognerei mai di dare della “checca” a una persona solamente perché omosessuale. Ci sono omosessuali che si comportano da checche e altri no, come ci sono eterosessuali che si comportano da checche ed altri no. Entrambi, per me, hanno pari diritti: chi non si comporta da checca ha il diritto di non essere definito così, mentre chi si comporta da checca, qualunque sia la sua preferenza sessuale (che non mi riguarda perché appartenente alla sacra ed inviolabile sfera della libertà individuale), deve accettare di essere chiamato “checca”. Cristiano Ronaldo, quindi, pur avendo come fidanzata quel robone assurdo di Irina Shayk, è una checca. Bill Hicks, citando Jimmy Pineapple direbbe: “Case-fuckin’-closed”.

Il concetto è ben esemplificato nel video sottostante del comico Louis CK.

Per cui, scusatemi tutti, signori, ma io ricordo un calcio diverso, e pur continuando ad amare e a seguire questo gioco straordinario, non posso non incazzarmi quando vedo determinate cose che lo imputridiscono. A me piace correre con la mente al calcio delle maglie in flanella e della calce viva che ti mordeva le ginocchia, o il calcio degli anni ’90, dove campioni che si prendevano poco sul serio si prestavano all’affetto dei tifosi e all’ironia di programmi come ‘Mai dire gol’. Perché sì, signori e signore, un calcio diverso esisteva; calciatori diversi esistevano. Mi rivolgo soprattutto a voi, Oltredonne, che vi siete avvicinate a questo sport solo perché se costringete il vostro ‘lui’ a sciropparsi quel calcio sulle palle di X-Factor dovete pur cedere a qualche partita di Champions; e, cedendo, avete imparato ad adorare ‘sto tizio ingellato, Pique, Marchisio, e così via. Ebbene, signore, esisteva un tempo in cui gli Oltreuomini regnavano anche nel mondo del football e, oggi, voglio darvene dimostrazione, con una breve rassegna dei personaggi più rappresentativi.

JIM LEIGHTON

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In porta, non può esserci che lui: James “Jim” Leighton. Scozzese (e già qui capisci che ha due palle grosse come la prostata di un 90enne), è in qualche modo legato ai due grandi scozzesi – o, almeno, più grandi degli altri – della storia del football.

È, infatti, secondo solo al leggendario “King” Kenny Dalglish per numero di presenze in nazionale ed è stato allenato sia all’Aberdeen sia al Manchester United da sir Alex Ferguson. Buon portiere con alcuni picchi di notorietà, deve la sua fama all’assenza degli incisivi, persi in uno scontro di gioco. Ossessionato dalle fans in tempesta ormonale grazie ai suoi famosi “denti a squalo”, nel Mondiale del 1998 giocato in Francia prova a togliersele dalle balle spalmandosi sull’arcata sopraccigliare, prima di ogni partita, una abbondante dose di crema solare. Immaginatevi ‘sto tizio con una striscia bianca incrostata sopra agli occhi. Divino.

FRANZ BECKENBAUER

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Soprannominato “il Kaiser” perché fottutamente forte e con un ego secondo solo a quello di Belpietro, Beckenbauer è uno dei pochi ad avere vinto ben due Palloni d’Oro, nel ’72 e nel ’76. Il Kaiser vive una doppia vita: fino a che indossa i calzoncini corti e i calzettoni lunghi (binomio stilistico che notoriamente non aiuta in quanto a credibilità) tende a tenere la bocca chiusa, limitandosi a mostrare al mondo la sua classe immensa. Una volta diventato allenatore, poi dirigente, poi presidente, poi presidente onorario del Bayern Monaco, ha deciso di sfogarsi, parlando prima di ogni partita persa (prendendo per il culo gli avversari per poi pentirsene) e dopo di ogni partita vinta (deridendo gli avversari per la sconfitta).

Prima di diventare famoso per essere un vecchio trombone neo-nazista, il Kaiser impressionò tutti durante la “partita del secolo”, la celeberrima “ItaliaGermaniaquattroatrediMessicosettanta”. In quell’occasione, Franz si lussa una spalla e, dopo essere stato fasciato, decide di restare in campo, giocando stoicamente fino al 120′. Ricordiamolo così.

ERIC CANTONA

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Uno dei famosi “numeri 7” nella storia del Manchester United: erede di George Best, antesignano di Beckham e Cristiano Ronaldo. Forse avrei dovuto fermarmi a “erede di George Best”.

Ricordato come uno degli ultimi emblemi di un calcio che ancora sapeva declinarsi in poesia, Cantona era dotato di qualità tecniche e caratteriali fuori dal comune. Amatissimo dai tifosi dei Red Devils, può vantarsi di avere preso a calci un tifoso del Crystal Palace che gli aveva rotto il cazzo. Dopo un lungo periodo di silenzio per ritrovare la pace interiore, Cantona, in conferenza stampa, renderà chiare a tutti le motivazioni del suo gesto nonché la sua critica al sistema mediatico con la frase: “Quando i gabbiani seguono il peschereccio è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine”.

In seguito, sarà condannato a 120 ore di servizi sociali e sospeso per 9 mesi dalla Federazione (per la frase, non per il calcio).

EDMUNDO

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Edmundo Alves de Souza Neto, o semplicemente Edmundo (qui sopra in uno dei suoi momenti di delicata sobrietà), detto “O’ Animal” per la sua passione per la filologia romanza e la sua approfondita conoscenza della prosa di Hesse, era un tipo un po’ strano. Ha cambiato 17 maglie in 18 anni di carriera; è stato condannato a 4 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo; è stato sospeso da una sua squadra, il Palmeiras, per “eccessivo egoismo nel gioco”; ha distrutto una telecamera dopo un rigore sbagliato in Copa Libertadores; è stato sospeso dopo un’esultanza in cui aveva evocato, con le mani disposte a forma di triangolo posizionate nel basso ventre, la sua più grande passione dopo l’alcool e, appunto, la filologia romanza; e così via. Alla Fiorentina del Trap, invece (alzi la mano chi non ricorda il tridente Batistuta – Rui Costa – Edmundo) darà mostra delle sue qualità insultando platealmente l’allenatore durante una sostituzione e sparendo in Brasile per tutta la durata del Carnevale di Rio mentre in Italia quei cattivoni dei Viola gli rompevano le balle affinché tornasse per aiutare la sua squadra a conquistare lo scudetto. Alla fine ha fatto bene: la Viola lo scudetto non l’ha vinto, ma lui almeno si è divertito lo stesso.

GEORGE BEST

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Il più grande di tutti, anche secondo il celebre motto “Maradona good, Pelè better, George best”. Di lui non servirebbe neanche parlare, sono innumerevoli gli aforismi che ha snocciolato alla storia, sempre all’insegna dell’esaltazione edonistica dell’eccesso e della auto-celebrazione delle proprie incredibili qualità. Pallone d’Oro nel 1968 (coincidenza esaustiva sulla personalità del giocatore), Best è un vero e proprio simbolo dell’Irlanda del Nord (ok, non ci vuole tanto ma in questo caso è meritato), essendo addirittura comparso nelle banconote e dando il nome all’aeroporto di Belfast. Cristianino farebbe bene a vedersi qualche sua giocata: cercate un video qualsiasi di Best, vedrete che per il 90% del tempo c’è gente che gli entra sulle gambe alla Materazzi per fermarlo e lui se sbatte e tira dritto verso la porta (ok, da ubriachi si sente meno il dolore, ma è meritevole lo stesso). Si arriva quasi alla leggenda, con il famoso episodio dello scontro con Cruyff in un’Olanda – Irlanda del Nord del 1976. La storia vera è che, prima della partita, George annuncia: “Oggi faccio il tunnel a Cruyff”, mantenendo la promessa. Il lato leggendario, non si sa con certezza se reale o meno, è quello che vuole un George Best che dribbla tutta la squadra avversaria e, invece di dirigersi verso la porta, torna indietro per puntare l’ex di Barcellona e Ajax e fargli ‘sto benedetto tunnel. Riuscito nell’impresa, George calcia la palla fuori e ringhia al campione olandese: “Ricordati, tu sei il migliore, ma solo perché io non ho voglia!”.

Best è una fiamma abbagliante che brucerà rapidamente aizzata dall’alcool. Muore nel 2005, facendosi fotografare su un letto d’ospedale per gridare al mondo “Don’t die like me”. Un uomo sempre oltre. Un Oltreuomo.

Filippo

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