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6 convinzioni del cazzo che ci rendono infelici

Se vi siete mai trovati a gironzolare depressi su internet alla ricerca di qualcosa di divertente, probabilmente vi sarete imbattuti in questo fantastico scherzo col cannone pneumatico. Ma ancora più probabilmente avrete trovato questo video in cui Louis C.K. si chiede come mai sembriamo tutti così depressi nonostante viviamo in un mondo pieno di meraviglie (ad esempio, dopo aver VOLATO c’è gente che al coraggio di lamentarsi per il fatto che l’aereo è rimasto bloccato 45 minuti sulla pista).

La risposta è che, ci dicono gli scienziati, il nostro cervello ha dei bug che cercano di sabotare la nostra felicità. Insomma, se il mondo ci sembra un agglomerato di molecole senza senso lo dobbiamo più alla nostra testa che alla realtà esterna. E se vi sembrano discorsi da gruppo di auto-aiuto buono solo per casalinghe frustrate, dovreste proprio leggere il resto del post.

 

#1. Pensiamo che la felicità sia per gli stupidi.

Immaginate una persona felice.

 

Probabilmente vi siete creati un’immagine mentale da sitcom o da commedia romantica. Qualcuno sempre sorridente e ben disposto verso gli altri, che balla sotto la pioggia perché è bello – insomma, gente che ama le piccole cose e non si preoccupa troppo del mondo. Degli inguaribili ottimisti sicuri che comunque vada andrà bene. Degli artisti o qualche stronzata simile.

 

E azzardiamo che di questa persona “perennemente felice” stiate pensando che è a) molto infantile e b) stupida. In altre parole, sotto sotto non credete sia davvero felice– ma che semplicemente sia cretina o malata di mente. Felici di una felicità propria dei cani o peggio, dei bambini: ovvero quella di chi è felice perché non riesce a vedere il mondo per come è realmente. D’altra parte, se i geni si alcolizzavano a morte o si uccidevano un motivo ci sarà. E non solo perché sono in grado di vedere la tragedia del mondo (“Il tizio dello scherzo del cannone pneumatico probabilmente è morto!”) ma anche perché sanno quanto schifo fanno loro stessi – l’autoconsapevolezza è anche la consapevolezza delle proprie mancanze.

fumo

Genio disperato

Non è una cosa buona? Certo, essere un adulto maturo e realizzato comporta anche una certa autoconsapevolezza. Sapere chi sei, le ricadute che le tue azioni hanno sugli altri, ecc ecc è importante – a meno che tu non voglia essere come quei burini che guidano di merda sulle auto taroccate coi neon sotto la carrozzeria e pensano che la gente suoni il clacson perché apprezzano l’auto e non perché disprezzano come viene guidata (e il suo conducente). Ma troppa auto-consapevolezza è pericolosa. Ed ecco perché.

 

Secondo gli scienziati – qualunque cosa essi siano – ciò avviene perché ci sono due modi di affrontare la propria vita: riflettendo (analizzando quindi i tuoi pensieri, sentimenti, azioni per migliorarti) o rimuginando (ovvero concentrandoti su quanto fai schifo). Nel primo caso saremo più felici e sani (e con migliori rapporti sociali), nel secondo delle anime in pena al punto da odiare chi è felice per il semplice fatto che non sguazza nella merda come noi. Se vi state chiedendo come si fa ed evitare l’uno e scegliere l’altro, bene, fatemi sapere se trovate la risposta. Oppure aprite un blog e diventate milionari. Da quanto ne so, al momento la soluzione più efficace sono le benzodiazepine.

 

E questo perché…

 

#5. Pensiamo che l’ottimismo sia una follia

Molte persone (o almeno molte persone pessimiste) sembrano non capire cosa è davvero l’ottimismo. Che è qualcosa di molto diverso dall’ignorare la realtà (quella si chiama stupidità o droga).

 

Invece l’ottimismo è sapere come stanno le cose e pensare che in un modo o nell’altro ne uscirai bene. Questo è il paradosso di Stockdale, che prende il nome da un soldato statunitense torturato durante la guerra del Vietnam che si accorse che erano i prigionieri più “ottimisti” (o meglio, quelli che credevano che l’ottimismo fosse un modo per mentire a sé stessi) a cedere prima:

“Loro erano quelli che dicevano: ‘Ci libereranno per Natale.” Natale arrivava, e non era successo nulla. Poi dicevano: ‘Ci libereranno per Pasqua’. Pasqua arrivava, e ancora nulla. E così al giorno del Ringraziamento e al Natale dopo e così via. E alla fine morivano di crepacuore.”

 

Va be’, crepacuore…probabilmente erano più che altro la malaria e/o la prigionia, ma insomma ci siamo capiti. Il metodo di resistenza di Stockdale invece era quello di accettare di essere nella merda fino al collo e allo stesso tempo sapere che anche da queste cose è assolutamente possibile uscirne vivi. Così inventò un linguaggio in codice per comunicare con gli altri prigionieri, che consolava e tranquillizzava dopo le torture. In questo modo più di qualcuno evitò di impazzire.

 

Quindi, le sue riflessioni si trasformavano in azioni invece che in altre riflessioni.

 

E ora la parte più importante: non c’era nessuna garanzia che tutto il casino fatto da Stockdale avrebbe portato una qualche soluzione. Ma non era questo il punto. L’impegno, e la convinzione che servisse a qualcosa, sono ciò che ha fatto la differenza. E se per caso tutto fosse andato a troie e lui fosse morto, pazienza. Almeno avere un obiettivo era ciò che gli rendeva la vita tollerabile.

 

#4. I piccoli fastidi sono peggio delle vere tragedie

latte

Come potete notare nei commenti a qualsiasi post dell’Oltreuomo, il senso della misura non è esattamente la caratteristica principale di internet. In rete un genocidio tira giusto un paio di retweet, mentre dopo un post a punti sulle fidanzate puoi ricevere minacce di morte con stupro del tuo cadavere. Non è solo che la gente è pazza, è anche che il nostro cervello tende a reagire esageratamente quando accade qualcosa che va contro le sue aspettative.

 

Chiedetevi cosa vi irrita di più: la chiusura del vostro bar preferito (quello con il buffet facilmente saccheggiabile e lo spritz che non sa di piscio) o perdere un dito spappolandovelo con la portiera dell’auto? A meno che il bar non fosse proprio di vostra proprietà, probabilmente vi irriterebbe di più perdere il dito.

 

Eppure, forse anche perché Frodo ci ha insegnato che si può benissimo essere i protagonisti di una triologia di successo mondiale anche senza un dito, è più normale che vi adattiate rapidamente a vivere con nove dita che a fare a meno del vostro buffet preferito. La ragione è che il nostro cervello padroneggia degli ottimi meccanismi evolutivi per affrontare le tragedie, che però non si attivano fino a quando la situazione non è abbastanza grave.

 

Così, dopo aver perso il dito, sarete perfettamente in grado di razionalizzare il disastro (“Merda, mi sono spappolato il dito con la portiera, però almeno io una macchina ce l’ho, i poveri dell’Africa hanno tutte le dita ma vanno a fare la spesa sul dorso di un cazzo di asino…”). Ma questi meccanismi costano a livello di energia e sforzo cerebrale. A mali estremi, estremi – e impegnativi – rimedi.

 

Per questo nella vita di tutti i giorni sono le stronzate che danno più fastidio.

 

Pensateci, sono le cazzate che ci rovinano le giornate. Le cassiere maleducate come la peste bubbonica. I vicini che scopano ad alto volume. L’amico che si dimentica di farvi gli auguri di compleanno. Il decerebrato che viaggia a 80 all’ora nella corsia di mezzo dell’autostrada. I bambini. Non ci sforziamo mai di fronteggiare questi problemi, perché sappiamo che non sono dei veri problemi (a parte i bambini). E così finiamo per farli diventare tali a forza di lasciare che ci facciano il sangue amaro.

 

Ma c’è di peggio. Pensate a tutte le volte in cui il fastidio per gli altri siete stati voi. Come la volta in cui avete sgonfiato le gomme della bici del vostro coinquilino. O quella in cui avete dato della “culona inchiavabile” alla vostra fidanzata. O altre simpatiche stupidaggini di questo genere. Viene da dire: “Ehi, ma che problema hanno? Io stavo solo scherzando! Sono paranoici!” Bene, ora sapete che se fosse stato qualcosa di davvero grave sarebbero stati costretti a superarlo. Invece proprio perché non era nulla di fondamentale questa storia vi accompagnerà fino alla bara.

 

Ecco perché penso che ifidanzarsi sia roba da masochisti.

 

#3. I rapporti feriscono, la solitudine anche peggio (il Dilemma del Riccio)

Ok, altro giochino. Pensate all’ultima volta in cui qualcuno vi ha ferito. E no, il tizio che al supermercato vi ha fregato l’ultima confezione di Kinder Sorpresa in offerta non vale, lo abbiamo già detto. Intendo ferito sul serio. Il tipo di botta che ti lascia in lacrime a letto, capace solo di aprire un altra confezione di gelato o un’altra bottiglia di gin, o peggio, di ascoltare Adele. Anzi, fate proprio finta di essere Adele. Probabilmente la causa di questo dolore non era un perfetto sconosciuto. No, per farvi così male doveva essere qualcuno di molto vicino.

 

L’intimità, per definizione, comporta abbassare le proprie difese e rimanere vulnerabili. E quando ti sei esposto verso qualcuno e lui in risposta ti ha distrutto il cuore ciò che pensi è che non permetterai che capiti di nuovo. E l’unico modo perché questo accada è impedire a chiunque di esserti di nuovo così vicino.

 

Questo è il Dilemma del Riccio.

 

Tutto inizia da una storia contenuta nei Parerga e Paralipomena di Schopenhauer (anche se io me la ricordo in un film di Verdone con la fighissima Stefania Rocca, quindi Schopenhauer l’ha copiata). Insomma ‘sti ricci, durante l’inverno, si avvicinano per scaldarsi. Ma così facendo si pungono a vicenda, e si allontanano di nuovo. Chiaro, no? Come quando non vuoi stare da solo ma ti scoccia dover cambiare i tuoi piani per uscire con qualcuno. Quella voglia di misantropia tipica di quando qualcuno ti scrive la sera in cui vuoi star solo o peggio, quando ti si presenta alla porta.

 

Ma poi, dopo molti week end (leggi: più di uno) passati a sbronzarti in solitudine guardando serie tv, ritorni a sentirti abbandonato. Gli esseri umani sono animali sociali e la solitudine è come un pisolino – fighissimo mentre lo fai, ma se dura troppo probabilmente sei in coma. Da qui derivanotre scelte:

A) Ritirarti dalla società sempre di più, fino a quando il tuo isolamento non diventa rabbia e tu diventi Unabomber.

B) Seguire le dritte di Schopenhauer, che consiglia di mettersi alla distanza di sicurezza da tutti: relazioni superficiali ma innocue che non ci faranno mai male. Praticamente Facebook. Due commenti finti e carini sotto le foto del pranzo dei tuoi amici e poi via di nuovo con Breaking Bad, sperando che l’illusione di calore umano ti distragga dal freddo in arrivo.

C) Uscire e venire nuovamente ferito, accettando che tutte le relazioni comportano, presto o tardi, del dolore. Anche un’amicizia del cazzo passa per momenti di malessere, figurati quando hai a che fare con qualcuno a cui tieni. Alcuni dicono che questa sia semplicemente l’unica opzione.

"Sì, hai ragione...non abbiamo bisogno di nessuno io e te...solo io e te...e gli altri devono pagare"

“Sì, hai ragione…non abbiamo bisogno di nessuno io e te…solo io e te…e gli altri devono pagare”

#2. Mentiamo su ciò che vogliamo, perché pensiamo che questo ci renda altruisti

Se chiedete a chiunque la definizione di stronzo, la risposta è sempre più o meno la stessa. “Qualcuno a cui frega solo di se stesso.” Non importa come questo si manifesti, se ‘sta persona sia aggressiva, maleducata o semplicemente menefreghista, alla fine si arriva sempre a quel punto. Lo stronzo è chi se ne sbatte degli altri e dei loro bisogni. La buona notizia è che diventa piuttosto facile NON essere degli stronzi: basta mettere i propri desideri e bisogni in secondo piano rispetto a quelli degli altri. Se lo fate sempre, sarete fantastici.

 

E tuttavia proprio queste persone sono insopportabili. Mettetene più di una in un gruppo e si verificherà uno stato di impasse. Si chiama Paradosso di McDonald’s.

 

Come funziona? Così: è venerdì sera e hai appena finite di fingere di ascoltare le lamentele dei tuoi amici che si lagnano di cose che non interessano nemmeno a loro, figurati a te. Dopo esserti rifugiato in bagno per pisciare ti prepari ad un’altra sessione di Inutili Cazzi Altrui della durata di una partita di scacchi. Qualcuno però di colpo dice “Ehi, io non ho cenato!”. È una splendida occasione perché neppure tu hai cenato. E a quanto pare nessuno dei presenti lo ha ancora fatto. Perfetto!

 

E lì commetti l’errore di chiedere: “Dove vorreste andare?” Lo domandi per gentilezza, visto che NON sei uno stronzo e quindi preferisci mettere al primo posto le loro opinioni, non le tue.

 

L’amico X propone McDonald’s. Non ci vuole andare sul serio, ma è vicino e nel gruppo non ci sono allergici al cibo cancerogeno. In realtà lui vorrebbe sfondarsi di carne alla griglia, ma pensa che nessuno abbia lo stesso desiderio, e imporre la propria volontà sarebbe proprio da stronzi. Meglio fare ciò che piace a tutti.

 

L’amico Y allora scuote le spalle e dice: “Ok”. In realtà neanche a lui va, l’ultima volta il cheesburger l’ha cagato tale e quale a come l’aveva ingerito, ma pazienza. Se l’amico X vuole andare da McDonald’s, solo uno stronzo gli si metterebbe di traverso, magari per andare…chennesò…a mangiare carne alla griglia. Inoltre, se lui cede alla volontà dell’amico X, l’amico X è in qualche modo in debito con lui.

 

L’amico Z allora vota anche lui a favore di McDonald’s. Odia quel posto, ma preferisce gli anelli di cipolla alla plastica al silenzio o alle discussioni su dove andare a cena. In fondo non gli piacerebbe andare a mangiare carne alla griglia, la sua prima scelta, se i suoi amici lo seguissero con il broncio. Mica è uno stronzo.

 

È questo il paradosso: ognuno pensa di aver rinunciato ai propri desideri, ma in realtà li hanno solo nascosti per favorire quelli degli altri. Che però non conoscono davvero, perché anche gli altri li hanno nascosti per lo stesso motivo. E la frittata è fatta. Ed è così anche nella vita, nel lavoro come nei rapporti di coppia (“Che film vediamo?” “Scegli tu, per me è uguale, l’importante è che tu sia felice!”). Tipo gli uomini che quando si approcciano ad una donna fingono di non essere interessati a finirci a letto. “No, non si fa, è da burini!”.

"Lo voglio...sempre se anche a te va."

“Lo voglio…sempre se anche a te va.”

In realtà, non è dire ciò che vuoi che ti rende uno stronzo, ma come ti comporti quando non lo ottieni. Infatti, sacrificarsi sempre pensando di stare facendo chissà che nobile sacrificio (quando gli altri magari neppure sanno che stai rinunciando a qualcosa) è una cazzata.

 

E questo ci porta a…

 

#1. Non vuoi essere un peso per gli altri – e questo ti rende un peso per gli altri

A nessuno piace essere nel bisogno. Se c’è un segnale che una coppia è ormai deflagrata, è quando uno dei due dice al suo futuro ex fidanzato che è un peso. Tutti sappiamo che dobbiamo arrangiarci, perché siamo l’unica persona di cui possiamo fidarci in questo grande e crudele mondo. Ecco perché tutti i supereroi sono indipendenti. Batman non ha bisogno di nessuno, il mondo ha bisogno di Batman. E cosa ne sarebbe di Batman se non avesse dovuto costruire la sua strada in mezzo a difficoltà come la morte dei genitori e la timida simpatia omoerotica mai sbocciata in amore con Robin.

 

Ma non voler essere un p

eso, sul lungo periodo, ti fa costare ancora di più. Ognuno starebbe meglio se imparasse a chiedere aiuto quando ne ha davvero bisogno. Questo è il paradosso dell’indipendenza e lo puoi applicare ad ogni relazione. Dipende troppo – economicamente, emotivamente, ecc. – dagli altri è ovviamente un male. Ma pensare di non avere bisogno degli altri MAI è peggio. Non solo per te, ma anche per loro.

 

Il mondo è pieno di gente presa con le bombe perché non sa ammettere di avere bisogno di una mano. È per questo che chi è infelice si allontana da tutto ciò che potrebbe farlo felice e disprezza chi ammette di essere in difficoltà. Come soldati deficienti che si rifiutano di ammettere che per un colpo d’arma da fuoco ci vogliono delle cure, così loro sanguinano fino a morire. La domanda è: quel soldato deficiente è stato coraggioso perché ha continuato a combattere anche se era ferito o è stato un cordardo perché non ha ammesso di essere nei guai? La risposta può rendere la tua vita diversa. E ora guardiamoci la versione estesa dello scherzo col cannone pneumatico.

Liberamente tradotto da qui.

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