Musica

Turisti della democrazia

“Siamo 5 ragazzi nati verso la metà degli anni 80, tutti a Bologna, ma in ospedali diversi. Fino all’età puberale non avevamo internet, poi insieme ai peli è arrivato il modem 56k e tutto quello che ne consegue come questo blog.”
Biografia sintetica dei Lo Stato Sociale, direttamente dal loro spazio sul sito del Fatto Quotidiano. Gente che ha un sacco di cose da dire, anche e oltre agli album che poi per ora sono solo due, anzi uno, Turisti della Democrazia, del 2012, uscito quest’anno in una nuova versione deluxe, in due cd, con un sacco di cose in più, tante collaborazioni e remix (i remix?!).
Tante canzoni del cd rifatte da gruppi del calibro dei 99 posse, uno dei Marta sui tubi, Gazebo Penguins, Management del Dolore Post Operatorio e così via. Che poi è come se degli altri rifacessero il tuo album e di solito accade a quelli proprio famosissimi. Però va bene così lo stesso, dai.

Turisti della democrazia

Nei testi (e nel blog), parlano di Bologna e delle sue contraddizioni (e di tutte quelle situazioni del cazzo nelle quali si trova la città oggi, dalla chiusura del Bartleby in poi), dell’Italia (il titolo del cd la dice lunga) e dello stato della musica in questo paese (sic). Prendono allegramente per il culo tutta una serie di mode e tendenze, a cominciare da quelli che fanno dell’essere alternativi uno status sociale (ascoltate Sono cosi indie). Parlano del lavoro, delle donne, della vita e di quelle situazioni che sono capitate a tutti (diciamocelo, spesso sono situazioni di merda, che però se le senti da un altro, ne cogli l’intrinseca assurdità e riesci pure a riderci su).

Lo stato SocialeE sanno farlo con l’ironia pungente di chi non pretende di spiegarti niente, vuole solo raccontarti qualcosa e fare musica. Comunicare, senza parlare per forza dei massimi sistemi. E parlano di un sacco di altri argomenti, situazioni, emozioni. Spiegarle, le canzoni non è neanche una cosa così bella, quindi meglio se li ascoltate.

E si fanno ascoltare bene, forse perché non cercano melodie complesse e lasciano fare ai sintetizzatori (si lo so che troppa elettronica rompe un po’ le palle, ma qui funziona!). E non hanno nemmeno quella mania di fare testi criptici, che piace molto a tante band. Li conoscete vero, quelli che dicono “non so cosa vogliano dire i miei testi, la gente può vederci quello che vuole” e vorresti rispondere che se una frase non ha senso, non è detto che chi l’ascolta sarà mai in grado di trovarne uno.

Lo Stato Sociale, invece, sa farsi capire molto bene e senza cadere nel banale. E non hanno nemmeno la pretesa di essere cinici per forza anzi ci mettono pure una certa allegria. Cantano gli Zen Circus che “esser stronzi è dono di pochi, farlo apposta è roba da idioti”. E allora quando non serve, non serve.

E’ un casino etichettarli (e non ha nemmeno senso farlo). Di certo non sono una band demenziale (ma perché in Italia, chi fa satira è sempre considerato demenziale?), sanno scrivere e ci infilano anche un po’ di poesia. A detta loro, non sono ancora bravi a suonare, eppure non c’è una canzone in quest’album che non abbia un ritmo trascinante, ballabile in fondo o che ti faccia riflettere. Non ne scarti una, per un motivo o per l’altro.

E quando il cd è finito, ti và pure di riascoltarlo.

Allowei

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