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I tipi umani di cantanti che inseguono il successo

Finalmente anche quelli dell’Oltreuomo si sono accorti che mancava l’angolo musicale e allora perché non parlare di questa mia avventura in questo locale pieno di figa? Perché la Biblioteca di Psicologia non c’entra un cazzo e arriverebbero i soliti insulti nei commenti.

Siccome gli insulti li vogliamo diversi, racconterò invece di quest’altra mia avventura in un club del Padovano, che per privacy chiameremo La Banana di Galileo e che è famoso per ospitare solo musica in acustica. Scelta nobile dite voi, “sennò chiamiamo i Carabinieri” dicono i vicini invece.

Insomma era il lontano settembre di un anno fa, quando un kebab del Re costava tre e ottanta e il Rambo della Mesopotamia non voleva dirmi con che carne lo faceva mentre ora costa otto ed è rigorosamente di agnello (ma dev’essere perché sono in Svizzera), che fui arruolato nella direzione artistica del club. Tradotto, significa fare il buttadentro e riempire i bicchieri di vino dietro il bancone chiedendo al cliente quanto vuole pagare perché non si conoscono i prezzi e caricare gli spritz di qualunque spagnola li ordini.

Ma il Cetriolo di Copernico, in quanto miglior locale di musica dal vivo del Nord Italia (e ve lo dice uno che non ha mai lavorato per posti del calibro dell’Hoffman o del Tunnel), offre una vasta gamma di tipi umani di cantanti che inseguono il successo in cui imbattersi.

 Il cantante italiano che canta in italiano.

Il cantante italiano che canta in italiano è quello che non chiami mai, perché quando lo chiami non viene nessuno.

 Il cantante italiano che canta in italiano ma è del Sud.

Questo invece richiama tutti i sudisti in città espatriati per motivi di studio, mantiene vivo il concerto con battute dopo ogni canzone, alcune in dialetto ad hoc per il suo pubblico che se la ride alla faccia mia. Tipicamente le canzoni parlano di sole e mare e figa. Siccome comunque in fin della fiera canta in italiano, il passatempo migliore è aggiungere su facebook tutte le erasmus che mostrano la carta d’identità all’ingresso.

 Il cantante italiano che canta in inglese.

Ecco questo riempie il locale perché in genere nessuno va a vedere quale sia la vera nazionalità. A meno che non sia così volpe da avere il nome d’arte in italiano, per la serie: la sottile linea rossa che separa l’essere un cecchino dal pisciarti storto sui piedi.

A volte il nome ti frega così tanto che solo dopo aver fatto la tessera ARCI che non userai mai più scopri che ha le treccine da rabbino e abita a qualche km da casa tua, ma ormai sei lì e scopri che suona così:

Il cantante italiano che canta in inglese ma viene dall’Inghilterra.

Vedasi sopra. Solo che in più ha superato la trentina, ha la barbetta, fa il figo con le battutine su Camden Town e tutte le groupie a vederlo si eccitano come Simona Ventura per i 16enni dei Free Boys. Voto 10 per l’apporto di figa che sfila all’ingresso.

Suona così:


 Il cantante che canta in inglese e non è italiano.

Questo riempie sempre il locale ed è quello che si chiama di solito. Bonus Erasmus +100.

Per dire è grazie a lui che scopri quante olandesi ci fossero a Padova:

Il modello mancato.

20 anni e 20 kili, i tre accordi pop con la chitarra lanciano il suo accento British nell’Olimpo di una casa di moda sempre British, da dove fa più male cadere nel selciato di provincia dove di British le bestemmie non hanno nulla. Ma lui non se accorge, ride sempre ed è convinto che tu gli abbia offerto la miglior pizza che abbia mai mangiato, mentre tu hai la mandibola a pezzi che quel chewing-gum proprio non vuole saperne.

È accompagnato in tournee dal manager 60enne che ti chiede se l’evento lo promuovi con manifesti in città e ospitate in radio. Certo, sei nel giro giusto, man.

Attira pubblico più vario per le sue sonorità pop, il locale è colmo e ti consente di tirartela di avergli organizzato la sua prima tournee fuori UK:

 Il gruppo senza strumenti.

In realtà gli strumenti ce li hanno, ma il meglio lo danno quando cantano a cazz… ehm a cappella in mezzo al pubblico. Ci danno l’anima più di Cristiano Ronaldo quando si pettina. Lo spettacolo vale ogni moneta che avete lasciato all’ingresso:

Il duo violino-contrabbasso.

Dati gli strumenti anomali ma affascinanti ti fregano perché qualsiasi cosa suonino non ci capisci nulla e applaudi come un dannato perché sono dannatamente coinvolgenti.

Magari li incontri in un angolo di Vienna dove la canzone col titolo alla Kandinskij è ancora più appropriata:

 Il cantante che non canta.

In genere gioca un po’ a cazzo con una tastierina Chicco e con mangiacassette e con pentole e con i miei zebedei che ste cose che non si capisce mai quando è ora di applaudire e passi per pure cafone.

 Il cantante che rompe i coglioni.

Tipicamente rompe i coglioni. Al sound-check per lui i volumi sono sempre troppo bassi, quando ti è stato detto che devi suonare in acustico ed è già tanto che ti sia dato un Jack per la chitarra. Può arrivare ad elaborare frasi del tipo “ma da questa cassa non si sente” quando ce ne sono due in tutto. Durante il concerto si alza il volume da solo dal suo mixer no ma poi non capita volutamente che ti fischino gli strumenti nononono è successo per caso dev’essere l’impianto.

Enrico Milanese

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