Oltre V.I.P. - 7 January 2015

Georges Wolinski

Nel 2012 mi recai alla sede di Charlie Hebdo per conoscere Georges Wolinski. Conoscere, si fa per dire. Volevo il suo autografo.

Avevo con me una copia di Linus con le sue vignette e una penna nera.

Non avevo avvisato nessuno, nessuno mi aspettava e il mio francese era terribile. In metro continuavo a ripetere come un mantra la frasetta sgrammaticata che avrei pronunciato al citofono:

Bonjour, je suis Francesco Boz, j’aimerai bien de faire un petit tour du votre siège et de connaître Georges Wolinski.

Mi studiavo le frasi in anticipo perché i francesi pretendono uno sforzo da parte tua, devi provare a parlare francese. Quando ritengono che ti sia umiliato abbastanza ti concedono di parlare inglese. Prima fingono di non conoscerlo.

Rue Richard Lenoir 10, il citofono era lì.

Mai una volta che capissero le mie frasi fatte al primo tentativo.

Ripetei la frasetta almeno tre volte, solo per farmi farfugliare attraverso lo scricchiolio del citofono qualche parola incomprensibile. L’unica certezza era l’assenza di Wolinski. Troppo vecchio, lavorava da casa.

Tre di pomeriggio, bella giornata di sole proprio durante la settimana della moda. Pensai che la cosa migliore da fare fosse camminare fino a Voltaire, prendere la metro senape e scendere sui Grand Boulevards per sbirciare sotto le gonne corte.

Feci tutt’altro. Camminai fino a Bastille per prendere la gialla, ma invece camminai ancora fino al Marais. Le modelle erano un po’ ovunque, Parigi era in fiore.

Arrivato in rue Vieille du Temple avevo i piedi doloranti e tanta tanta sete. Decisi di infilarmi in un bar.

Il cameriere era di Salerno, uno dei tantissimi italiani allergici al bidet che emigrano all’estero. Parlando del più e del meno, con il gusto della propria lingua madre, gli raccontai del mio tentativo miseramente fallito di ottenere l’autografo di Wolinski.

Io wolinski lo conosco. Gira spesso per i bar del Marais. Ma non in questo, lui preferisce …

Quel diavolo ci aveva preso.

Georges Wolinski se ne stava seduto dietro uno di quei micro tavoli all’aperto a bere qualcosa che temo fosse pastis. Il più disgustoso intruglio che abbia mai assaggiato.

Mi avvicino e come un idiota chiedo conferma della sua identità. Lui conferma.

Gli domando se può firmare Linus e gli mostro le sue vignette tradotte. Lui esegue.

Tutto finito. Provo tutti i sintomi del fan insoddisfatto. Quell’uomo fino a quel momento aveva vissuto nel mio ideale, adesso era lì in carne e ossa.

C’è sempre un grande divario in queste occasioni. Io lo avevo immaginato spesso nell’atto di disegnare o pensare una vignetta. E a furia di immaginarlo era come se fossimo diventati amici. Però siccome non lo eravamo veramente lui era indifferente alla mia presenza e forse un po’ scocciato.

Però una cosa prima di andare via gliel’ho chiesta.

Sono stato a cercarla fino alla redazione di Charlie Hebdo, ma mi hanno detto che non ci va mai.

Preferisco il bar, è pieno di ragazze giovani, in questo modo mi rinfresco lo spirito. In un posto come quella redazione un tipo come me ci muore.

Oggi mi viene da piangere.

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