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Chi ha inventato i sacchetti biodegradabili è un cagacazzi

Martedì sono andato a fare la spesa. Era la prima spesa della settimana, quella che ci si illude durerà fino al week-end. Per questo ho scelto il mio supermercato di fiducia, un posto speciale dove le commesse fingono di ricordarsi chi sei e puoi trovare affettati con una percentuale di gomma sotto il 70%.

E’ tutto perfetto. Tranne l’imbustamento dei prodotti.

Da qualche anno non ci sono più i sacchetti di plastica robusta. Borse talmente resistenti che si potevano utilizzare anche per il trasporto di neonati. Al loro posto trovo delle buste biodegradabili. E sono un incubo. Puzzano come il frigo di un appartamento di studenti, sono ripugnanti al tatto e, soprattutto, non reggono un cazzo.

Quel materiale è più delicato di una quindicenne: il primo contatto con le bottiglie di birra lo manda in crisi. Quando va bene, torno a casa con le Moretti che fanno capolino dal fondo del sacchetto. Quando va male, l’asfalto della strada si beve i miei litri di latte.

Le cassiere mi hanno proposto l’alternativa delle borse in juta, resistenti e facili da dimenticare. Mi scordo a casa la lista della spesa, figuriamoci la borsa.

Mi hanno spiegato che l’Unione Europea vuole si usino le buste biodegradabili. Un inno alla delicatezza. E soprattutto all’ecosostenibilità. Ma è una cazzata, per due motivi:

  • mentre io piango sulla passata di pomodoro spalmata sul marciapiede, i cinesi scoreggiano smog nell’atmosfera. Un minuto di emissioni della provincia di Guangdong inquina come tutti i sacchetti di plastica che potrei utilizzare nel corso della mia vita, se solo me li lasciassero comprare;
  • le buste ecosostenibili sono praticamente monouso. Così se ne producono di più. Non penso l’impatto ambientale sia sostanzialmente diverso da quello delle borse che tanto mi mancano.

Mentre avanzo abbracciando goffamente la spesa per non farla scivolare a terra, mi sento come quando incontro o leggo di persone “creative”. E’ tutto molto fragile, mi sembra di camminare sulle uova (nel caso della spesa, spesso l’espressione non è metaforica).

E’ fighissimo che tu disegni loghi concettualmente nuovi (solo concettualmente, perché graficamente li hai copiati. E lo sai). Mi piace un sacco il tuo lavoro in un settore-qualunque-che-tanto-basta-abbia-il-nome-inglese-e-c’entri-con-internet (web consulting, crowdfunding, petting, …). Potrei anche dire di adorare le tue installazioni audiovisive, ma risulterei troppo poco credibile.

Si scherza. In realtà le persone brillanti, sempre sul pezzo, creative mi stupiscono davvero. Mi fanno anche sentire un po’ una merda. Perché io sono uno scontato abitudinario. Addirittura mi annoia di più come sono che quello che faccio.

Proprio per questo, di fronte alla creatività e ai sacchetti biodegradabili, mi chiedo: a chi serve? E’ utile a te per dirti che sei figo o a me che effettivamente vengo arricchito dal tuo genio? Serve a te per dimostrare che tieni all’ambiente più di un guerrigliero di Greenpeace o a me, che voglio solo portare a casa la spesa?

Sono gretto, lo so. Ho anche un orizzonte mentale estremamente ristretto che mi fa preferire un paio di tette ai quadri di Monet (che però esaltano moltissime ragazze, quindi le due cose potrebbero anche incontrarsi). Ma la popolazione, considerata su larga scala, è più simile a me che a un genio. Di questo bisogna tener conto.

Quindi ecco, mi piace tutto, forse addirittura le installazioni audiovisive di cui parlavamo. Però prima mi riprendo i sacchetti di plastica robusta e poi discutiamo del resto.

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