Le favole dell'Oltreuomo - 31 May 2018

Per me si va nella facoltà dolente

Un tempo la cattedra separava disordine e autorità. Inevitabile lo scontro, ma poteva essere salutare e stimolante. Un’occasione da parte nostra di trafugare alcune armi del nemico e usarle contro di lui. Insomma, c’era il rischio di apprezzare l’apprendimento, se serviva a dimostrare di valere più del voto sul registro.

facolta

Poi a un certo punto il meccanismo, che non era certamente perfetto, è saltato. Quando i prof hanno preteso troppo da noi? O quando noi abbiamo preteso troppo da loro? Fatto sta che da diverso tempo abbiamo stipulato un patto di non aggressione, così abbiamo smesso di pretendere qualcosa l’uno dall’altro. Mentre noi adottiamo la linea del minimo sforzo, loro nemmeno si incazzano più. Perché non ci sono più illusioni, ma un’unica universale speranza: uscire vivi da quelle mura.

Come una bella storia d’amore che non ha più nulla da offrire. Non la tronchiamo perché in fondo è più facile trascinarci nel “sempre meglio di niente”. Più facile girare attorno agli esami col pilota automatico che ammettere a noi stessi che non ci stanno portando da nessuna parte. I libri indicati nel programma di corso non sono più sentieri ma trincee, che qualcun altro ha costruito con le sue opinioni e visioni del mondo. Qualcuno che noi, sia per la stima ricevuta dai moderni soloni che per abitudine generazionale, non diventeremo mai. Così, sapere il contenuto di questi libri diventa un comodo alibi per non sapere null’altro al di fuori di quel contesto. Nulla che non sia finalizzato a un onesto 27 almeno, firmato da un docente talmente annoiato che ha a malapena la forza di guardarti in faccia. Annoiato dalle sue stesse parole, che ripete da 30 anni, fuoriuscite dalla bocca dell’ennesimo aspirante precario.

Mi chiedo spesso perché cerchiamo di rivendere testi e appunti. Al di là del racimolare qualche soldo, penso ci sia una motivazione più profonda. Antropologica, direi. Sentiamo il bisogno di custodire e diffondere nel mondo testimonianze del nostro ultimo party, di piatti sopraffini e vacanze faraoniche, ma ai nostri compagni di carta non riserviamo nemmeno l’intimità dello scaffale. Perché una volta superato l’esame, sono ostacoli di cui sbarazzarsi. Tracce da nascondere di una relazione che non riusciamo a troncare. Non c’è poi così tanta differenza tra uno studente in segreteria e un alcolista al bancone. Il nostro destino è pagare e dimenticare, pagare e dimenticare …

Siamo i clienti perfetti di un sistema che strangola la passione, nostra e degli insegnanti.

Siamo abilissimi nell’indignarci di fronte alla deplorevole condizione in cui versa la cultura di questo Paese. Già, proprio noi, quelli che usano parole di cui ignorano il significato ma d’altronde erano scritte sul manuale (vedi “soloni”).

Quelli che entrano in un’aula solo per fuggire il più velocemente possibile. Anche stando seduti, basta uno smartphone.

Quelli che 20 euro per mettere piede in discoteca li cacciano ogni sabato ma 10 per un libro estivo sono un problema. Anche uno del mago Otelma andrebbe bene, se solo fosse una scelta spontanea!

Quelli con abbastanza cfu sulle spalle per accusare gli altri, la massa gretta e ignorante, di non sapere come va il mondo. E’ vero, il più delle volte lo affrontano.

Ho paura che potrei uscire dall’università con una laurea, ma senza liberarmi del numero di matricola che mi hanno assegnato. Allora la gente potrà riconoscere e ammirare l’ultimo esemplare felice di aver pagato un’istruzione superiore per non capire un cazzo. Ma non ho più voglia di inseguire un pezzo di carta. Non ho più voglia di inseguire voti e superare prove che qualche entità superiore ha deciso per collocarmi su una scala che va da “ameba” a “pappagallo ammaestrato”. Il mondo non piangerà la mia scomparsa dall’archivio accademico. Onestamente, posso continuare a essere complice di questo parcheggio a ore travestito da facoltà?

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