Le favole dell'Oltreuomo - 11 November 2016

Perché i prof bastardi sono sempre i migliori

Tutto sommato, avrei voluto seguire ancora una tua lezione. Anzi, mica una soltanto. Certo, si trattava di matematica e non era la mia materia preferita, ma sotto la tua guida e le tue parole avrei fatto eccezione. O magari preferisce mantenere il “lei” d’uso nell’ambiente, molto adatto all’alunno ignorante che si rivolge al prof illuminato e viceversa? C’è una grande distanza tra me e lei prof, la stessa distanza che avvertono tutti quei ragazzi che ha seguito, interrogato e martoriato nella sua carriera e che le parole che sto scrivendo ora forse potranno ridurla, almeno per un momento. Ricordo ancora il mio primo impatto quando la vidi, in quel settembre di 3° liceo: un arcigno professore di fisica e matematica, forse non tanto brillante da gareggiare con i grandi nomi del settore ma abbastanza per farsi beffe della nostra inferiorità. Dopo qualche giorno infatti la sentii pronunciare quel saluto che sarebbe divenuto un marchio di fabbrica: “Buongiorno, branco di incapaci”. Io e i miei amici incrociammo i nostri sguardi e senza aprire bocca capimmo che in mate e fisica, quell’anno, avremmo dovuto vendere l’anima al diavolo, sperando non fosse già in combutta con lei. Ricordo anche come tutte le volte ci fossero compiti da controllare in classe.

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“Allora inferiori, avevate degli esercizi?”

“Sì”

“Vi sono usciti?”

“Sì”

“Bene, correggiamo. T. alla lavagna, fai quelli dall’1 al 5”

E noi sapevamo ben quanto lei che T aveva fatto solo quelli fino allo… 0 praticamente. Si poteva notare la sua bravura dalle occhiate supplicanti che ci lanciava mentre scriveva alla lavagna, in cerca di una guida spirituale nell’oscurità di equazioni e grafici.

 

Ricordo delle splendide interrogazioni a sorpresa.

“Bene, visto che dite di aver capito tutto, ci vorrebbe giusto una bella interrogazione. Sapete com’è, adoro il profumo di 4 di prima mattina”

Ma ecco R. reagire, con voce tremolante: “Ma scusi, non aveva detto che non interrogava?”

A quel punto lei  mosso a commozione, rifletteva sul sadismo delle sue azioni. Per i primi 3 secondi, dopodiché stroncava qualsiasi obiezione così: “Esatto R., non l’avevo detto! Vogliamo procedere?”

 

Ogni lezione era la conferma del suo snobismo nei nostri confronti e del suo cinismo sul mondo in generale. Almeno quelle iniziali. Ogni lezione sarebbe divenuta poi una conferma di quanto tutti questi atteggiamenti fossero solo una facciata, uno schermo per non lasciarsi sopraffare dalla serietà della vita. Tant’è vero che alla fine siamo diventati spettatori entusiasti dei suoi interventi carichi di sarcasmo.

“Ho maturato un’idea prof”, “Lasciala marcire!”

“V. alla lavagna! ” e V. ,a sentire il proprio nome, borbottava tra sé e sé che lo sapeva, che se lo sentiva nelle ossa e che avrebbe maledetto quel giorno. “Scommetto che lo sapevi eh? Allora non sarai sorpresa”. Breve pausa. “Ma così che gusto c’è?” si domandava, solo per procedere con l’interrogazione e infine dire: “Beh in effetti il gusto c’è stato comunque”.

 

Persino le sue vittime non potevano trattenersi dal ridere. E in fondo  ha sempre dato una mano a tutti, anche a quelli aggrappati a un 5 e mezzo/6 scarso. Fosse stato veramente stronzo, avrebbe pestato loro le dita e sarebbero precipitati nel baratro degli esami riparatori,o in quello della bocciatura. Nei 2 anni passati tra aula e gite abbiamo imparato a conoscerla come un uomo appassionato di storia (specie quella dei templari), letteratura e perché no filosofia, come la facoltà che scelsi. E fu durante il secondo anno universitario, in una triste domenica mattina di novembre, che qualcuno tra noi ex compagni disse che lei non c’era più. Un infarto l’aveva portata via dolcemente, nella notte, a soli 45 anni, quando aveva ancora tante cose da insegnare e tanti alunni da terrorizzare. L’ultima campanella è scoccata anche per lei. E’ uscito per sempre dall’aula, con le sue sigarette e la ventiquattrore, in punta di piedi, ma le sue orme sono ancora lì. Forse un giorno ci rincontreremo, mi interrogherà sulla dimostrazione del teorema di Gauss e io tentennerò. Poi chiamerà T. in mio soccorso, sapendo che non mi sarà di alcun aiuto. Ma un 6 per stima e incapacità ce lo concederà ugualmente, lo sento.

 

E per un momento, bando alle formalità: ciao, Sergio.

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