Interviste - 8 January 2013

Paolo Roversi

Abbiamo rapito Paolo Roversi per costringerlo raccontare. Sforzo inutile perché lo avrebbe fatto comunque. Tipico degli scrittori raccontare. Avremmo dovuto piuttosto costringerlo a tacere. Ma non abbiamo saputo resistere a saperne di più su Enrico Radeschi, il maresciallo Valdes e Bukowski.

E poi a noi piace così.

 

 

1. L’aria della stanza è resa pesante dal fumo emanato dal grosso sigaro che brucia pendulo all’angolo della mia bocca. Ti sto fissando paolo. Uno scrittore legato alla sedia la cui unica opzione è raccontare. Letteralmente. Letteralmente legato, intendo. Vi conosco a voi giallisti con la vostra attitudine per il mistero. Sempre pronti a sgattaiolare dietro la nebbia. Non farai il misterioso con l’oltreuomo, Paolo. Non è vero?

Io in mezzo alla nebbia fitta ci sono nato. Nella Bassa, da dove vengo, per quattro mesi all’anno tutto scompare sotto la sua coltre. Senza contare che questa stanza è piena di fumo e un po’ mi fa sentire a casa. Sarò sincero con voi ma un po’ di mistero me lo dovete concedere altrimenti che giallista sarei, giusto?

2. Ho appreso da fonti certe che hai pubblicato un nuovo romanzo, “L’ira funesta”. Voglio saperne di più. Altrimenti spero che tu abbia qualcosa da pubblicare postumo.

L’ira funesta racconta una storia vera che io ho poi adattato. Immaginate un borgo di poche case disperso nella pianura padana. A volte basta un niente per sconvolgere la vita di una placida cittadina così. Basta, per esempio, che l’unico farmacista tenga chiuso il negozio per sovvertire la routine degli abitanti: niente medicine per gli anziani e, soprattutto, niente medicine per il Gaggina, un colosso di centotrenta chili con il carattere dell’attaccabrighe di professione. Quel giorno, senza i suoi tranquillanti, non riuscirà a tenere a bada la propria ira: in sella a un motorino scassato tenterà di assalire i carabinieri, irromperà nel bar della locale polisportiva, picchierà un vigile reo di volerlo multare per poi barricarsi in casa minacciando con una katana da samurai chiunque si avvicini. Tutto precipiterà definitivamente quando un uomo verrà trovato morto ammazzato nei campi, trafitto proprio da una spada…

3. Romanzi, premi letterari, guide sui misteri di Milano, una delle più vive riviste del web e un po’ di Bukowski qua e là. Non penserai di darmela a bere? Le ho viste anch’io le puntate della fiction Distretto di Polizia. C’è il tuo zampino Paolo, lo so. Raccontami cosa fai per loro e non essere avaro con i dettagli.

Quello che faccio, in realtà, è scrivere storie che mi appassionano. Alcune sono più adatte alla televisione, più pop mi verrebbe da dire; altre sono adatte alle pagine di un romanzo, altre ancora sono semplicemente il resoconto di un mistero adatto per una guida. Insomma l’importante credo sia la passione in ciò che si fa e la voglia di raccontare.

4. Voglio rimestare tra i tuoi segreti più orrendi Paolo. Sono anni che fai il mestiere dello scrittore. Sempre a zonzo per promuovere i tuoi libri. Platee di persone devote, smaniose di ascoltare cosa hai da dire sulle ultime avventure di Enrico Radeschi o chi per lui. Ti sarà senz’altro capitato qualcosa di terribilmente imbarazzante durante la presentazione di un romanzo. Siamo amici vero? Allora descrivimi cosa accadde.

Le presentazioni sono sempre un momento emozionante, anche se ne hai fatte tante e ci sei abituato. Trovi sempre davanti a te qualcuno che ti sorprende. Qualche esempio? C’è quello che ha scritto un romanzo a sua volta e te lo vuole raccontare davanti a tutti. Quello che ha voglia di attaccar briga. Quello che ti sommerge di complimenti e si dimentica di farti la domanda. Quello che ti porta le fotocopie del tuo romanzo per fartele autografare. Quello che confessa candidamente di aver rubato il tuo romanzo e ti chiede se ti dispiace. Quando successe io, piuttosto imbarazzato, risposi che forse dispiaceva al libraio…

5. Guardandoti rinchiuso in questa stanza lercia, legato a quella sedia, mi chiedo come sei finito in questa situazione. Hai raccontato troppo storie è ovvio. E le avventure che racconti si intrecciano con le giornate che vivi. O forse con i libri leggi? Esigo un colpevole! Dimmi perché hai iniziato a raccontare e, soprattutto, perché continui ancora adesso.

Il vero colpevole è Charles Bukowski. Ho cominciato a scrivere dopo aver letto il suo romanzo Post Office quindi la colpa è sua. Da quel momento, e sono passati quasi vent’anni, non mi sono più fermato. Così ho scoperto altri autori che sono la mia linfa vitale per scrivere. Proprio così: per scrivere bisogna leggere, leggere molto. Farò i loro nomi visto che mi trovo sotto interrogatorio: Manuel Vasquez Montalban, Jean Claude Izzo, Don Winslow, James Ellroy… Spero li prendiate presto.

6. Pinketts dice che la nebbia è l’identità del mistero. Per te Paolo, cos’è il mistero che descrivi nei tuoi romanzi? Qual è il segreto di un giallo o di noir? Credo tu abbia capito. Voglio sapere cosa si cela dietro la nascita dei tuoi racconti.

La curiosità innanzi tutto. Come quando eri bambino e ti chiedevi: come andrà a finire questa storia? Ecco il mistero è così: c’è una vicenda, ci sono dei personaggi e poi accade qualcosa che stimola la nostra fantasia, qualcosa per cui è necessaria una spiegazione convincente. Trovarla e raccontarla ai lettori è la soluzione del mistero. Ed è molto avvincente.

7. Ora ti lascerò libero. Si fa per dire. Il tuo destino è di stare legato a quella sedia e ricamare tra loro piccoli indizi dispersi in un mare di guai. Proprio come zio Buk. Grazie, quindi, per esserti raccontato ancora una volta.

Grazie a voi. Ma sappiate che non finisce qui. Ora dovrete vedervela con il mio avvocato, o se siete più fortunati, solo coi miei libri.

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