Musica - 19 October 2016

La musica italiana contemporanea fa cagare – un’analisi stupida

Questo poteva essere uno spazio dedicato a cose decisamente interessanti, come il Referendum Costituzionale o la vita sessuale di Rocco Siffredi. Beh, in un certo senso si parla comunque di masturbazione, seppur mentale: difatti quest’oggi analizzerò l’evoluzione delle tendenze musicali dell’attuale scena mainstream italiana. Perché sì.

 

Nel delineare i punti chiave di questa analisi prenderemo in considerazione tre-quasi quattro direzioni specifiche e predominanti, lasciando come tenue sottofondo le restanti cicliche canzonette nonché le canzoni di spessore o di generi particolari che si calcolano in (relativamente) pochi.
Iniziamo.

fedez

Paganza in abbondanza
Il Pagante è gruppo musicale che dal 2012 (in realtà c’era anche prima, ma è con “Pettinero” che ha sfondato) ha fatto dello ‘sboccing like no tomorrow’ il suo cavallo di battaglia, attraverso ritmi tipicamente da discoteca e frasi approfonditamente superficiali.
‘Troppo trasgre’. Ma entriamo ancora più in dettaglio.

“Il ‘pagante’ è colui che ragiona secondo la moda del momento, che ricerca nel suo atteggiamento non originalità e indipendenza, ma somiglianza con modelli falsi e roboanti. Dal momento del suo primo utilizzo, l’accezione “pagante” ha perciò contraddistinto il classico ragazzo milanese dai 14 ai 25 anni che, ignaro del proprio reale potenziale intellettivo, affida se stesso a vestiti, usanze, termini, comportamenti che egli pensa lo rendano sicuro, ma non fanno altro che privarlo del suo potenziale creativo.”
Bella descrizione, eh? È quanto si può trovare sulla pagina facebook del gruppo, una frase che dimostra come Il Pagante abbia saputo identificare un modello antropologico diffuso, lo abbia studiato e lo abbia reso oggetto di marketing in maniera ironica ed autoironica, ma sempre di tendenza.

La logica di fondo (da quattro anni) dunque è “ridiamo con voi di voi (e di noi), divertendoci, divertendovi, guadagnandoci”.
Nuovo conformismo apparente, dunque.

Sesso, droga e buone materie
> Nello stesso anno del sopracitato “Pettinero” esce “Faccio brutto” del rapper (allora emergente) Fedez.
‘Faccio brutto il ferro sotto la mia tuta da ginnastica /e rime taglienti come le posate in plastica’: l’ironia di questo pezzo è cifra stilistica del milanese, che con parole sagaci poste su di un flow decisamente accattivante si stacca dallo stereotipo del rapper del ghetto con la vita difficile l’emarginazione sociale la droga le puttane come modalità di ostentazione e altre cose da dire un flusso di coscienza.
Davvero caruccio, questo precoce anti conformismo leggero. Ma andiamo avanti.
> Parallelamente J-Ax, un vero simbolo della protesta musicale che fu, evolve il suo stile in quello che egli stesso definisce “Rap’n’roll”.
Cioè oltre al rap ci sono altre sonorità. Figo, ma il significato? È cambiato anch’esso? La risposta (che riguarda anche Fedez) è sì, ma non è un’evoluzione. Almeno se si va oltre le stupefacenti esteriorità di “Maria Salvador”.
Estate 2016, Fedez e J-Ax, “Vorrei ma non posto”. Una canzone che ironizza con sarcasmo tagliente sulla dipendenza dell’italiano medio dalla tecnologia: questa viene vista come nient’altro che un modo che dare sfogo al proprio istrionismo, compiacendo così le proprie esigenze di approvazione e accettazione da parte di terzi.
‘Ogni ricordo è più importante condividerlo/Che viverlo/Vorrei ma non posto’.
Sembra quasi un’esortazione a liberarsi dalla prigionia della rete. Ed infatti la canzone è stata diffusa su Facebook e Youtube. Successo dell’estate, dischi d’oro e premi alla coerenza.
Peraltro, questa tendenza ad essere “anti-social a tutti i costi” (virgolette d’obbligo) viene rimarcata anche da un altro pezzo dei mesi passati, ovvero “Andiamo a comandare” di Fabio Rovazzi. I più maligni potrebbero affermare che l’iniziale ‘ho un problema nella testa/funziona a metà’ rappresenti appieno lo spirito di base della canzone, ma questa sarebbe un’affermazione decisamente riduttiva e superficiale: difatti c’è molto ragionamento nel dire ‘non mi fumo canne/sono anche astemio/io non faccio brutto’, lo stesso ragionamento che caratterizza anche il ‘voler comprare un altro esame all’università’.
La nuova tendenza proposta è “il non fare schifo ed il non voler esagerare a tutti i costi, lontani da vizi e dipendenze, reali ma anche virtuali”. Che bel prodotto creato ad hoc, Rovazzi.
Che bella cosa, questo anti conformismo apparente.

 

Ma che ne sanno i giovincelli
Da ultimo, anche per ordine cronologico, analizziamo “Ma che ne sanno i 2000” di Gabri Ponte e Danti.
Il pezzo si incentra totalmente sulla rievocazione nostalgica delle tendenze del passato attraverso ritmi dance vecchio stile: è un modo per provare a rivivere le sensazioni positive dello scuola che fu, pur sapendo che quei tempi non torneranno. Juvenoia (mainagioia), ovvero la paura degli adulti (o circa tali) nei confronti delle nuove generazioni, così lontane dai loro costumi che ricordano con dolceamara nostalgia.
Perché il tempo addolcisce sempre i ricordi del passato, come accade quando si pensa ai pomeriggi passati nelle sale giochi o al cazzeggio delle scuole medie. E’ lo stesso ragionamento del fantastico “QVANDO CIERA LVI”.
Perché infatti il divario è incolmabile con (che ne so) il Pagante.
Messaggio espresso con un video musicale che vede la partecipazione di Rovazzi. Certo. Indubbiamente.

 

Quindi le tendenze oscillano tra lo spaccarsi a merda New Age, lo spaccarsi non a merda, lo spaccarsi a merda nostalgico. Diverse tendenze per diversi tipi di clienti. Diverse tendenze che si intrecciano perché si mescolano le persone che vogliono solo una cosa: divertirsi.
Non c’è nulla di male nel marketing dell’intrattenimento, né il sottoscritto è nessuno per poter permettersi di criticare gusti e mode. Però un minimo di senso critico mantenetelo sempre: la leggerezza non è superficialità (perdoname Calvino por mi decontestualizzazione loca), lo diventa se la forma – studiata per essere redditizia – svuota il senso del significato. Si potrebbe qui fare un pippone su come il denaro da mezzo diventi fine, su come possa cambiare le persone e bla bla bla, ma me medesimo vuole concludere col rimbombare con alcune parole di “Faccio brutto”:
‘Per amore della fama ogni cosa è lecita/ Prendi la tua piccola parte, in questa grande recita/ E se menti come gli altri, non puoi farne più altrimenti’.

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