Le favole dell'Oltreuomo - 15 August 2013

Femminicidio: il gioco dell’estate

Arriva il gioco dell’estate targato Oltreuomo. Nel raccapricciante racconto in cui sensibilizziamo l’opinione pubblica sul femminicidio, che troverai di seguito, sono contenute numerose citazioni tratte da libri e fumetti. Se riesci a riconoscerle tutte vincerai un premio meraviglioso a forma di maglietta dell’oltreuomo.

Siccome con google sarebbe una boiata trovarle tutte subito, alcune le ho parzialmente modificate quel tanto che basta per evitare ciò.

Tuttavia, conscio che nessuno di voi sarà in grado di vincere, vi aiuto elencandovi quello che dovete trovare:

1 idea di uno scrittore postmoderno americano

1 citazione da un fumetto giapponese

5 citazioni di scrittori/poeti/drammaturghi francesi

1 titolo di una raccolta di aforismi

2 citazione di austriaci

1 citazione di un polacco

1 citazione di un russo

2 citazione di un ceco

1 nome di personaggio storico

2 scrittori italiani

1 citazione di un cantautore italiano

3 citazioni di scrittori/saggisti americani

1 citazione da un film

Femminicidio

C’era una volta tanto tempo fa (è così che iniziano le storia fantastiche non è vero?) un signore normale che aveva l’hobby di collezionare reati e farla franca. Era sorridente, salutava sempre i vicini e quando i bambini  calciavano per sbaglio il pallone dentro la sua proprietà, questo signore non lo bucava mai bensì lo restituiva e raccontava a quelle piccole pesti di quando aveva venduto cocaina a Maradona.

Tutti lo amavano e nessuno sapeva del suo hobby. Viveva solo come un eccentrico aristocratico. Gli aristocratici hanno per orgoglio quello che le donne hanno per umiliazione, invecchiare; ma le donne e gli aristocratici hanno la stessa illusione, conservarsi.

Alla sua età il signore normale aveva commesso tutti i crimini previsti dal codice penale e dal codice civile e nemmeno una volta era stato scoperto. Iniziò da giovane, quando la sfrontatezza dell’ingenuità, se così ci si può esprimere, arriva allo strabiliante. Tutto ciò è inverosimile ma si incontra ad ogni passo. A suo modo, contribuiva a far andare tutto per il meglio nel peggiore dei mondi possibili.

Un bel giorno d’estate apprese dal Tg che era stato introdotto il reato di femminicidio. Sebbene il suo motto fosse ‘odio tutti gli uomini: alcuni perché sono meschini e gli altri per essere complici dei meschini e non avere per loro quest’odio vigoroso’ non aveva mai ucciso una donna.

Devo far innamorare di me una donna e poi commettere un bel femminicidio – così pensava l’uomo mentre toglieva minuziosamente i semini dai peperoni – ma non è facile. Ho quasi cinquant’anni e ormai non sono più un adone. Inoltre aveva dei seri problemi di erezione. D’altronde è risaputo che l’uomo più coltiva le arti e meno fotte.

L’uomo, che per comodità chiameremo Pierre Riviere, telefonò ad un suo amico molto stupido e per questo motivo pieno di donne. Il numero era occupato e Pierre Riviere posò il telefono vicino ad un vinile di Fausto Papetti. Tra sé e sé pensava che se la stupidità non assomigliasse tanto al progresso, al talento, alla speranza e al miglioramento che a malapena la si può distinguere, nessuno vorrebbe essere stupido. Così rinunciò a chiamare il suo amico e uscì di casa all’imbrunire di una serata estiva forse non qualunque.

Mentre sfrecciava a bordo della sua Alfetta verso il lungomare, il vento gli scompigliava i capelli e i pensieri. Tra i suoi pensieri spettinati c’era soprattutto un dubbio circa il femmicidio – Era sufficiente che la vittima fosse donna o doveva essere la sua compagna? – Meglio non correre rischi. Pierre Riviere era deciso a farsi amare fortissimo.

Arrivato alla spiaggia parcheggiò l’auto ai piedi di una piccola altura che dominava la costa sabbiosa. Dalla collinetta poteva vedere numerosi fuochi illuminare a macchie la coltre notturna. Piccole risa risuonavano nel buio e si confondevano con il rumore del mare.

Chissà quanti reati stanno commettendo quei giovani abbandonati alla notte – pensava Pierre Riviere.

Improvvisamente, come un soffio di vento più forte, intravide poco distante dalla sua postazione un’ombra nella notte. S’incamminò deciso verso quella figura di donna.

– Come ti chiami? – disse Pierre sperando in un suo successivo, atteso, sintomatico …e tu?

– Dea, e tu?

– Pierre Riviere.

– Come quel contadino francese che…

– Non dirlo, devono scoprirlo i lettori dell’oltreuomo. Invece il tuo nome, perché?

– I miei genitori si erano innamorati di me.

– Saranno stati i primi di una lunga lista.

– E tu, perché Pierre?

– Un’idea di mia madre, non volevo saperne di uscire. Se avessi saputo che c’eri tu in circolazione probabilmente avrei un altro nome.

Nessuno dei due aveva più l’età per aspettare e si presero la mano. Pierre era contento perché Dea teneva la mano ferma immobile nella sua. Molte donne quando prendi la loro mano, l’abbandonano nella tua, ma altre pensano di doverla muovere tutto il tempo come se fossero spaventate che tu possa annoiarti o che.

I cuori di Pierre e di Dea si stavano sincronizzando come si quando iTunes incontra l’iPod. Come qualcosa che sfugge al proprio controllo ma prosegue senza indugi verso la meta. È facilissimo reagire con freddezza alle cose durante il giorno, ma di notte è tutto un altro discorso.

Tornarono a casa assieme  e si innamorarono.

Dopo due settimane agosto aveva lasciato il posto a settembre. Dea doveva partire o tornare e Pierre non l’aveva ancora baciata. Lei era seduta accanto a lui nell’Alfetta mentre viaggiavano lenti verso la stazione dei treni.

Sulla banchina i minuti gocciolavano come rubinetti nel buio e prima della fine dell’estate prima che gli venisse questo impossibile coraggio di baciarla prima di andare di sopra a fare le valigie prima di partire prima di leggere “Topolino” prima di diventare grande prima di diventare comunista o democristiano prima di finire la scuola prima di andare a letto prima che qualcosa strapiena di sì scoppiasse pianissimo, Pierre le ha detto, amore mio infinito.

Dea: credi che sia stupida?

Pierre: non credo che tu sia stupida.

Dea: devo essere stupida a pensare che tu credi che io sia stupida se non lo pensi: oppure stai mentendo.

Sono stupida in tutti i modi:

a pensare che sia stupida, se sono stupida

a pensare d’esser stupida, se non sono stupida

a pensare che tu ritieni ch’io sia stupida, se non lo pensi

A volte le cose non arrivano come le si aspetta perché non abbiamo fantasia. Solo banali proiezioni dei nostri ricordi. Allora la novità, il non previsto, è una piccola ferita inferta alla certezza di come sarebbero andate le cose. Ci rimane un senso di sbagliato che cresce e distrugge.

Pierre non disse più nulla. Solo riprese il suo bagaglio e tornò a casa con lei. Fecero l’amore o meglio ci provarono. Ma come sappiamo, Pierre era un uomo d’arte.

Quale situazione più ironica si può immaginare di quella di una donna liberata alle prese con un cazzo moscio? Tutti i problemi più importanti della storia impallidiscono davanti a queste due presenze cosmiche: l’eterno femminino e l’eterno cazzo moscio.

Passarono giorni silenziosi. La musica di Fausto Papetti in sottofondo stava lentamente diventando una presenza ingombrante che Dea faticava a tollerare. Quando lei, dopo due settimane di Sax alto e ritmi gli chiese di cambiare disco, lui mise gli Inti-Illimani.

– Il pueblo stocazzo! Io me ne vado.

– Aspetta che ti faccio vedere una cosa.

Lei lo seguì nel capanno degli attrezzi sotto la grande quercia sul retro del giardino. Nella penombra polverosa si udiva buono, il miagolio di una ventina di gattini. Senza lasciare a Dea il tempo di non capire, Pierre prese i gattini dallo scatolone in cui erano e, uno alla volta, riempì un sacco di iuta.

Pierre si alzò con il sacco pieno di gatti. Stava in piedi tra Dea e la porta della rimessa.

– Che meravigliosa invenzione è l’uomo. Può soffiare sulle mani per scaldarle e soffiare sulla zuppa per raffreddarla.

– Cosa fai?

Pierre sferrò il primo colpo di sacco contro la testa di Dea sfondandole un timpano per il contraccolpo. Lei perse l’equilibrio e cadde di schiena. Lo spigolo di un vecchio tavolo polveroso le ferì la scapola destra. Un secondo colpo di sacco in pieno viso le ruppe il naso. Appena un accenno di grido e si ritrovò in bocca il sapore granuloso della tela del sacco. Riusciva a distinguere le unghie dei gattini che le pungevano le labbra e il sapore del sangue.

Lei svenne, lui prese la roncola.

Quando si muore si libera lo sfintere, forse sono i famosi vent’un grammi. Mentre il cadavere di Dea cagava, Pierre pensava – la merda, è un problema teologico più arduo del problema del male. Dio ha dato all’uomo la libertà e quindi, in fin dei conti, possiamo ammettere che egli non sia responsabile dei crimini perpetuati dall’umanità. Ma la responsabilità della merda, pesa interamente su colui che ha creato l’uomo.

Pierre Riviere, davanti al telegiornale si sentiva annoiato. Sorseggiava lento un negroni sbagliato; il bicchiere aveva lasciato l’alone sul corpo di una donnina ritratta immortalata sulla copertina di Fausto Papetti. Era trascorso molto tempo dall’ultimo crimine, aggiotaggio, e ormai non ne conservava nemmeno più il ricordo.

La televisione – Ucciso ragazzo gay nel Milanese, subito leggi più severe contro l’omofobia

– Toccherà fare anche questo – Per Pierre non era questione di infrangere la legge. Delinquere significava dare il suo personale tocco di originalità al crimine. Perché la legge è uguale per tutti ma ogni criminale ha le sue ragioni che la legge non conosce.

In fondo all’inferno, il diavolo è un eroe positivo.

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