Benessere - 5 October 2013

Barilla: 6 motivi per boicottarla che non c’entrano con l’omosessualità

Diciamoci la verità: nessuno di noi ha mai creduto veramente alla fine del governo Letta. La Poker Face di Berlusconi era troppo mal curata per poter essere credibile, e anche tutti i suoi anatemi («dimissioni di tutti i ministri PDL: subito!») non erano detti con sufficiente fermezza. Al che nessuno si sarebbe aspettato (Giuliano Ferrara escluso) che le cose andassero diversamente da come sono andate. Ovvero con l’ennesima spallata maldestra del Silvio nazionale che, a bocce ferme, ha ben pensato di ammettere che sì, che in fondo era tutto uno scherzo. E che, semplicemente, voleva regalarsi un compleanno un po’ diverso. Perché il cane Dudù, checché ne dica Chi, gli ha un po’ scassato le palle con sta storia di scagazzare sui costosissimi divani di Palazzo Grazioli. E mica si può sempre chiamare Angelino Alfano a pulire. Soprattutto se quest’ultimo si è messo in testa di essere un politico serio. E di voler fare a tutti i costi il vicepremier. Inchiavardandosi non più al sedere di Berlusconi (e, per osmosi, alle defecazioni di Dudù), bensì alla poltrona ministeriale.

Detto questo, la notizia della settimana non è stata quella della disoccupazione giovanile al 40% o la totale assenza di politiche di crescita all’interno del Paese, bensì la sparata del CEO di un grande gruppo alimentare italiano il quale, pizzicato in maniera nemmeno troppo insistita, ha confessato che nelle sue pubblicità non vi era spazio per la famiglia omoerotica. Precisando che, pur non avendo nulla contro le unioni omosessuali, il suo modello di riferimento è sempre stato la “famiglia tradizionale”. Si potrebbe discutere una vita intera sul concetto di “famiglia tradizionale”, cosa che non faremo, limitandoci a una breve clip esemplificativa

(in questo video possiamo vedere la reazione di un normale padre di famiglia alla presa di coscienza della promiscuità sessuale della figlia)

È nato così l’“Affaire Barilla”, ovvero lo “scandalo” che da diversi giorni a questa parte ha monopolizzato l’attenzione dei media nazionali e internazionali. La reazione della maggior parte dei benpensanti italiani è stata quella di indignarsi profondamente alle parole del sig. Barilla (da non confondersi con il dott. Scotti, quello è laureato), minacciando boicottaggi nei confronti dei suoi prodotti e azioni dimostrative. Il tutto, senza chiedersi minimamente perché in Italia, dalla notte dei tempi di Carosello in poi, non vi sia stato un solo spot (alimentare e non) che abbia messo in scena una famiglia diversa da quella “tradizionale”. Insomma, quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. Ma questo è un proverbio new-age del cazzo, quindi torniamo a noi:

(mi spiace, ma quando uso la locuzione “new-age del cazzo”, e io la uso spesso, penso sempre a Bart!)

Insomma, invece che riflettere sul perché nelle pubblicità della società di massa si tenda sempre a proporre un’immagine stereotipata di qualsivoglia situazione/etica/estetica (pensiamo alle foto delle campagne pubblicitarie dei boxer da uomo, sapientemente esplicitate in quest’articolo: come appaiono gli uomini veri in mutande), il benpensante medio preferisce stigmatizzare l’affermazione di un arcinoto manager al quale, nella peggiore delle ipotesi, sarebbe da dare una pacca sulla spalla per una rovinosa caduta di stile a livello di marketing. Dato che anche una scimmia sa benissimo che una delle principali regole del marketing è quella di non inimicarsi nessuna tipologia di consumatore. Perché, come insegnavano i nostri nonni, il cliente ha sempre ragione. In ogni caso la nostra è una società in cui un ex-fascista (mai redento, per altro) può fondare un colosso dell’arredamento e vivere felice e contento distribuendo felicità a qualsiasi tipo di famiglia (quanto si sente bene la gente quando compra da IKEA! Chi si sognerebbe mai di “boicottarla” per il passato del suo fondatore? Come si può immaginare una vita senza SLÄT, l’indispensabile taglia-uovo!), mentre un manager non può svelare (implicitamente) che per vendere i suoi prodotti deve mettere sullo schermo una supposta famiglia tradizionale. Dato che, a livello commerciale, quella tipologia di famiglia è quella in cui la maggior parte dei consumatori italiani (benpensanti e non) si identifica.

Vi sono infiniti studi capaci di svelare le più turpi bassezze del pubblicitario medio. Essi si dividono in tre categorie: discretamente noiosi, noiosi e noiosissimi. Per chi non volesse scegliere tra queste categorie consiglio la lettura di Lire 26.900 (13.89 euro al cambio corrente), romanzo di Frédéric Beigbeder che spiega in maniera nemmeno troppo fantasiosa tutto ciò che si cela dietro il mondo della pubblicità e le svariate “tecniche” per convincere un individuo a desiderare, e successivamente comprare, un dato prodotto.

Barilla-frederic-beigbeder

Ecco qui il “bel” Frédéric in compagnia del suo notorio naso modello aspirapolvere Rowenta

Ovviamente, specialmente in un paese tendenzialmente bigotto e benpensante (e, ammettiamolo, scarsamente ironico e tollerante) come l’Italia, tra tutte queste tecniche quella del fornire un’immagine rassicurante/accondiscendente/idilliaca di un dato brand la fa da padrona. Non a caso le sostituzioni del bambino della Kinder o di Capitan Findus hanno causato italiche scene di isteria collettiva. Quasi nessuno, però, si è mai minimamente sognato di boicottare suddetti prodotti, nemmeno in virtù di alcune loro scelte economico/sociali ben più “impattanti” di quella di propendere per un’immagine falsa e stereotipata della famiglia (la locuzione “famiglia del Mulino Bianco”, infatti, è ormai diventata sinonimo di famiglia tanto perfetta quanto irreale). Tuttavia il concetto di “boicottaggio del gruppo Barilla” non è affatto errato o peregrino. Soltanto, è sbagliata la motivazione. Giustificata, per altro, da teorie ben più bigotte di quelle dello stesso sig. Barilla: ve lo immaginate un cialtrone omofobo (uno come l’onorevole Buonanno, per intenderci, quello che sosteneva che la Padania fosse giustificata dall’esistenza del Grana Padano) affermare: «D’ora in avanti mangerò solo pasta Barilla perché il suo CEO ha detto che non vuole fare pubblicità con famiglie omosessuali»? Come definiremmo un personaggio del genere? Un cialtrone, appunto, inutile ripetersi. Detto questo, ecco le vere motivazioni per boicottare il gruppo Barilla:

– Il “mistero” della gallina Rosita: pochi sanno che di “gallina Rosita” (vera e propria star delle ultime pubblicità del Mulino Bianco capace di eclissare, con la sua prova attoriale, lo charme del “machissimo” Banderas) non ve n’è una sola, bensì svariate centinaia. La natura di quest’altissimo numero di “controfigure” è che il buon Antonio Banderas, reduce da innumerevoli flop cinematografici, non riuscendo a farsi staccare assegni dal gruppo Barilla ha deciso di farsi pagare in galline. Indispensabili per cucinare il suo piatto preferito, ovvero il pollo a la Andaluza (qui di seguito la ricetta preferita di Banderas: http://elsabordenuestracasa.blogspot.it/2011/09/pollo-la-andaluza.html). Là dove molti di voi pensavano che l’immedesimazione di Banderas con un fornaio del Mulino Bianco fosse data dal metodo Stanislavski, si cela in realtà una tecnica degna dell’Actor’s Studio: Banderas pensa sì a cucinare, ma non i Pan di Stelle, bensì la gallina Rosita.

– Il “plagio” mancato: in questo spot del 1987 possiamo vedere come i pubblicitari Barilla lesinassero sui compensi ben prima dell’avvento di Banderas. Così, per non pagare i diritti d’autore agli eredi dei fratelli Grimm o di Perrault per Cappuccetto Rosso o agli sceneggiatori di Kiss Me Licia (vi ricordate del famoso giorno di pioggia in cui Andrea e Giuliano incontrano Licia per caso?), si sono prodotti in una mitica combo. Ecco, quindi, Cappuccetto Giallo scoprire un gattino abbandonato sull’uscio di un portone manco fosse la Ruota degli Esposti e portarlo a casa. Ovviamente i genitori sono lietissimi di accogliere in casa quel nuovo animaletto domestico e, per festeggiare il tutto, il papà decide di portare in tavola il pranzo mentre la madre (alla faccia della Boldrini) cazzeggia sfamando e accarezzando il malcapitato gattino:


(amarcord con lacrimuccia, vi avviso…)

– Il “caso” Pellegrini: qui c’è ben poco da dire, per mesi interi la Pavesi (gruppo Barilla) ci ha tormentato l’anima con le scelte biscottofere di Federica Pellegrini. La quale, non paga di essersi fidanzata con la controfigura di un tassista abusivo pasarese degno dei migliori film della CentoXCento, ha deciso di darsi ai Pavesini. A tutti i pubblicitari Pavesi: non ce ne frega nulla di cosa fa Federica Pellegrini quando non nuota! E, a pensarci bene, non ce ne frega nulla di Federica Pellegrini.

– Le sorprese del Mulino Bianco: pochi cazzi, perché non ci sono più le sorprese del Mulino Bianco? Il Mulino degli Artisti? Quello su cui si sono formati tutti gli artisti contemporanei italiani dagli anni ’80 ad oggi! Perché non c’è più? E le scatoline che si incastravano? I pennarelli che non scrivevano? La radiosveglia che prendeva per un raggio di 50 metri? Tutti noi le rivogliamo!

Barilla - sorprese

ecco un esempio di mercato nero degno della Cuba di Castro

– La “exit strategy”: diciamoci la verità, i consumatori americani dovrebbero boicottare la Barilla solo per questo spot, exit strategy perfetta per la carriera di tal Roberto Farnesi, fu-Carabinieri con Manuela Arcuri, fu-Cento Vetrine.


(qui il buon Farnesi ci dimostra come, per rimorchiare una turista americana, sia indispensabile un foulard alla marinaretta e un pizzico di salvia su una cofanata di tortellini)

Il “Last but not Least”: la pasta Barilla costa un sacco e scuoce subito. Studi clinici (come per il Chilly Pocket) lo dimostrano.

E così, dopo avervi spiegato i reali motivi per i quali si dovrebbe boicottare l’intero gruppo Barilla, per darmi un po’ di arie da intellettuale vi lascio con una citazione del caro vecchio aspirapolvere Beigbeder. Anzi no, dato che il libro non l’ho mai comprato perché, appunto, costava 13.89 euro al cambio corrente (e con 13.89 euro al cambio corrente, ai tempi, di Birre Ignoranti se ne prendevano un sacco). Detto questo, per omaggiare il sig. Barilla, vi lascio con una foto degna dei migliori foodblogger dell’universo. Ovvero l’instagrammata (si sa che, instagrammato, tutto è bello e desiderabile; un po’ come gli oggetti negli spot pubblicitari…) degli ingredienti per uno dei piatti più succulento consigliati da Carlo Cracco nel suo ultimo libro, (non) presentato a Pordenonelegge per cause di forza maggiore: la “Pasta al Tonno dell’Universitario Medio”.

Barilla - instagram

così come per la pubblicità Barilla degli anni ’80 col gattino, avviso tutti gli ex-universitari che qui partirà la lacrimuccia

Bon appétit!

 

Andrea Gratton

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